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Azioni Parallele

NUMERO 5 - 2018
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Viscosità dei gradini e inaspettati scivoloni: la scala naturae e il caso del corallo

  Nel 1799 la cronaca londinese registrava l’uscita di un trattato intitolato An account of the regular gradation in man, and in different animals and vegetables; and from the former to the latter1; ne era autore Charles White, nato a Manchester, medico e valente ginecologo, ma non altrimenti noto, e certamente ignaro che l’immagine, a cui l’intera trama argomentativa dell’opera si ispirava, era in procinto di intonare il classico canto del cigno.

D’altro canto si trattava di un’immagine superba e potente, su cui l’intera Respublica litteraria, a dispetto della litigiosità che ne governava i rapporti, aveva pressoché unanime convenuto, sentendosi i suoi componenti «Tutti uniti nella Grande Catena dell’Essere», secondo l’ironica formula del titolo che Stephen Jay Gould volle anni or sono dedicare proprio al trattato di White2. Una catena, grande o piccola che fosse, questa, atta a rammentarci che quanto si avviava verso un indefettibile tramonto non era affatto l’idea, che pur la gradation adombrava, di continuità – la quale, anzi si installava con inalterati poteri anche nelle quinte degli scenari da Lamarck a Darwin, riassunti e rafforzati nella potente restituzione iconografica degli haeckeliani alberi filogenetici –piuttosto era quella di linearità, che ad essa si riferivano, con pari efficacia, tanto l’artificio umano della catena quanto quello della scala.


[fig. 1]

 

 Ed era in fondo proprio da questa seconda White guidato, visto che, ad aver inteso inserire nel trattato una tavola che, oltre a quella di suo pugno [fig. 1] che si limitava a rappresentare pochi passaggi, compendiasse felicemente nella sua interezza la solenne processione degli enti ab imis ad superna3, trovò che la risoluzione migliore fosse riannodarsi alla soluzione iconografica adottata da un illustre precedente, il naturalista ginevrino Charles Bonnet, acclusa nel lontano Traité d’insectologie del 1745 [fig. 2], a cui lo stesso avrebbe fatto seguire qualche lustro dopo un’icona di ben altra efficacia scenografica [fig. 3]4.

 

[fig. 2 a sinistra; fig. 3 in colonna]

Ma si resti ora sulla prima, che nella sua completezza e seriorità, espone una successione di gradini su cui varrà la pena osservare uno degli snodi tradizionalmente strategici, quello a cavallo fra il regno minerale e vegetale, da Bonnet così sgranato: Amianthe – Lithophytes – Coraux et Coralloides – Truffes – Champignons, Agarics – Moisissures – Lychens; e più esattamente qui interessano il secondo e terzo gradino, che, al tempo in cui scriveva, White sapeva bene essere stato sbalzato in tutt’altra posizione, giacché nel frattempo non c’era naturalista alcuno che dubitasse sulla natura animale del corallo; e concludere che tale notizia circa la sua vera identità non avesse preso a circolare prima del 1745, per poi rendersi conto che tale supposizione era erronea5.

E nessuno meglio lo avrebbe saputo e come vedremo, sulla sua pelle, del protagonista di quella sensazionale scoperta, il marsigliese Jean André Peyssonnel. Medico di professione, aveva cominciato a viaggiare all’età di diciotto anni. Ben presto si era messo a studiare i coralli. Nel 1725 si era alfine deciso di inviare all’Académie Royale des Sciences, di cui nel frattempo era divenuto corrispondente estero, una lunga nota contenente gli esperimenti fin lì condotti secondo una procedura semplice e ingegnosa: aveva gettato in acqua bollente i pezzi a disposizione, ottenendo come risultato la fuoriuscita dagli alveoli di corpuscoli inerti. Sottoposti a dissezione anatomica e ad una osservazione al microscopio i corpuscoli si erano rivelati non altro che una specie di «insetto», secondo la terminologia allora corrente. Tutto molto semplice, in grado di conferire il crisma di incontrovertibilità ad una spiegazione della natura del corallo che ora noi sappiamo esatta, ma che fino ad allora era stata solo fugacemente affacciata ed in forma cursoria, così come era accaduto allo speziale napoletano Ferrante Imperato nella sua Historia naturale edita nel 1599; qui, infatti, trattando della Tubulara purpurea [fig. 4], pur inserita nel genere dei Pori, che son «vegetali di sustanza a’ Corallo propinqua», si affermava essere peculiarmente «composta di piccoli tubuli, ordinatamente accostati insieme, di color vivo puniceo, concavi, e lisci di dentro, e fuori, uniti da alcune traverse cruste, disposte con uguale intervallo», per poi chiosare: «Si stima madre ove si concreino animali marini, nel modo, che le api nelli favi»6.

 
[fig. 4: l’immagine della Tubulara purpurea nel riquadro superiore]

 La nota perveniva a Parigi e, sottoposta al vaglio, ricevette unanime un giudizio negativo; e la nettezza fu tale che al malcapitato Peyssonnel toccò in sorte di riscontrare che la rivista, in luogo del suo saggio, di cui si accusava ricevuta, non lesinando qualche apprezzamento per il suo autore, che restava però rigorosamente anonimo, ne ospitava altro, a firma di René-Antoine Ferchault de Réaumur, intitolato Observations sur la formation du corail, in cui l’accademico parigino compiva una sistematica demolizione della tesi di Peyssonnel, senza che peraltro anche qui il nome venisse mai esplicitato7.

La censura di Réaumur affrontava con puntiglio il complesso degli argomenti che Peyssonnel aveva individuato e incastonato per via sperimentale ad una cornice teorica più generale. A lettura ultimata, si poteva evincere come a petto di tanta acribia, Réaumur aveva omesso di eseguire quanto ognuno si sarebbe aspettato, ovvero la verifica reiterata degli esperimenti descritti da Peyssonnel a sostegno della sua tesi.

Non è dato sapere con certezza quali ragioni abbiano suscitato in Réaumur la ferma resistenza verso una scoperta, la cui esattezza fu lui stesso in un secondo tempo costretto a riconoscere8; l’unica cosa certa sembrerebbe che l’accademico si stava dimostrando inamovibile rispetto ad una considerazione del corallo, che d’altro canto lo stesso Peyssonnel, se interrogato solo qualche anno prima della sua scoperta, avrebbe con pari energia difeso, ovvero quella di una produzione marina a metà fra minerale e piante; lo statuto ancipite era stato d’altro canto assegnato con larga adesione al corallo, fin dai tempi di Plinio: «Ha la forma di un arbusto, colore verde; le bacche sott’acqua sono bianche e molli, ma tirate a galla diventano immediatamente dure e rosse, prendendo l’aspetto e la grossezza dei corbezzoli coltivati. Si dice che si pietrifichi immediatamente al tatto, se è vivo; perciò viene avvolto ed estirpato con reti o reciso con uno strumento di ferro tagliente; per questo motivo, secondo la spiegazione corrente è stato chiamato corallo»9, essendo nel frattempo filtrato fra i mitologemi delle ovidiane Metamorfosi: 

Virga recens bibulaque etiam nunc viva medulla
vim rapuit monstri, tactuque induruit huius,
percepitque novum ramis et fronde rigorem.
At pelagi nymphae factum mirabile temptant
pluribus in virgis, et idem contingere gaudent
seminaque ex illis iterant iactata per undas.
nunc quoque curaliis eadem natura remansit.
duritiam tacto capiant ut ab aëre, quodque
vimen in aequore erat, fiat super aequora saxum.10
 

A rafforzare quel convincimento in Peyssonnel, che avrebbe poi riconosciuto infondato, aveva concorso anche l’incontro con un naturalista bolognese, Luigi Ferdinando Marsili. Questi era giunto nel 1706 a Montpellier, con l’originaria intenzione di svolgere una campagna di ricerche nella Francia mediterranea per cavarne un trattato generale sulla storia naturale e fisica del mare.

In quel frangente si era anche lui ritrovato a fare i conti con il corallo; per una curiosa coincidenza, Marsili si trovava in una condizione di partenza analoga a quella in cui si sarebbe trovato Peyssonnel; anche lui era partito con una tesi, che il tempo a venire avrebbe mostrato fallace ma che arrivato a Montpellier – così si apprende dal suo Brieve ristretto del saggio fisico intorno alla storia del mare apparso nel 1711 – si era affaticato a dimostrare nei suoi incontri con i dotti della “Regia Accademia delle Scienze”; e la sostanza era «che le Piante pietrose, come il Corallo, le Madrepore, ed altre non fossero realmente Piante, ma Stillicidi prodotti dalla sostanza glutinosa del Mare, a somiglianza di tanti fluori, che nelle caverne de’ Monti veggiamo originarsi dall’Acque dolci»11.

Era però accaduto, avendo un giorno conservato alcuni pezzi più consistenti in un vaso riempito di acqua marina, mentre era intento ad espletare le operazioni di routine, siffatto imprevisto:

M’avvidi, che i mentovati Tuboli della scorza s’erano un poco gonfiati, e in alcuni si vedevano uscire gocce di Latte. Quest’alterazione m’obbligò, giunto alla mia Stanza dove abitava, di mettere il Vaso pieno d’acqua, e di più Rami di Corallo, in un sito, dove la temperie dell’aria fosse uguale a quella del fondo del Mare, che secondo la dimostrazione del Termometro mi era paruta un grado più calda di quella della superficie, come più diffusamente dimostrerò nelle generali mie Osservazioni. La mattina susseguente, che fu li 8. dello stesso Mese, trovai li Rami di Corallo tutti ricoperti di Fiori bianchi della lunghezza d’una linea, e mezza e sostenuti d’un Calice bianco, da cui escono otto raggi del colore medesimo, egualmente insieme lunghi, e distanti l’uno dall’altro, che tutti insieme formano una bellissima Stella simile a quella del Garofalo, salvo il colore, e la grandezza. Volli subito cercare di scoprire il piede di questi fiori, e per tal’effetto fui obbligato a levar l’acqua da questi vasi per poter più comodamente servirmi della punta d’un coltello, e del Microscopio; ma quasi nello stesso tempo vidi sparire tutti i fiori, ed i Tuboli ritornare al primiero loro colore rosso, senza che vi restasse un minimo vestigio de’ Fiori. Egli è facile giudicare, quale fosse la maraviglia in questa occasione.12
 

Non c’è motivo di dubitare della sincerità di Marsili, quando riferisce della «maraviglia» suscitata dalla improvvisa fuoriuscita dei fiori, e che la tavola [fig. 5] inserita nel trattato si incaricava di sottolineare.

 
[fig. 5]

 

E non fu il solo, vista la rapidità con cui la scoperta si riverberò in tutte le contrade dell’Europa dotta, conquistando il plauso di quanti, già convinti – ed erano la maggioranza – della duplice natura, stavano giusto in attesa di un riscontro anatomico così eclatante; fra questi un posto di sicura eccellenza era occupato da un medico e naturalista italiano, che di Marsili era interlocutore e corrispondente, ovvero Antonio Vallisneri, docente a Padova e anch’egli adunatore di un ricchissimo museo. Fu fra quanti, si diceva, che salutarono con entusiasmo l’annuncio della scoperta; eppure in questo caso, più che in altri, tale apertura di credito costituiva un curioso azzardo; ed il motivo non era di poco conto, visto che, a confermare il definitivo accasellamento del corallo alla serie vegetale, mancava all’appello il riscontro più probante, ovvero il reperimento di un seme; Marsili stesso in effetti, con onestà, aveva confessato che, nonostante gli sforzi compiuti, non era riuscito a identificare alcuna struttura assimilabile ad un seme; e anche in questo caso dobbiamo concedere sincerità alla sua lagnanza, in virtù del fatto che egli stesso, in quanto discepolo di Marcello Malpighi, si considerava diretto erede della stagione del galileismo biologico, per cui – e questo massimamente valeva per Malpighi come per Francesco Redi – il riscontro della certa e materiale presenza di semi nelle piante e di uova negli animali aveva rappresentato il grimaldello più prezioso per contrastare la dottrina della generazione dalla putredine che i due naturalisti italiani ritenevano del tutto erronea ed incompatibile con una immagine della natura intesa come irrefragabilmente uniforme nelle sue operazioni.

Ma, paradossalmente, questa era la tradizione a cui anche Vallisneri si riallacciava, e con ben altra intensità per di più, come testimoniava l’intero suo iter formativo e gli esordi scientifici tutti volti al recupero della lezione rediana. Eppure, sul finire della sua esistenza, quando ormai era sbiadito il fulgore dei primi e travolgenti assensi alla scoperta di Marsili, stilando la voce «corallo» nel Saggio d’Istoria medica, e naturale, si mostrava ancora disposto a darle credito, nonostante con il passare degli anni quella fatidica scoperta del seme non fosse stata annunciata né da Marsili anche nella successiva e ben più imponente Histoire Physique de la Mer edita ad Amsterdam nel 1725, né da altro naturalista: 

Niuno sinora ha con più diligenza disaminata questa pianta, e fatte esattissime osservazioni ne’ luoghi marittimi, dove nasce, del Sig. Co. Ferdinando Marsilli, sì se si riguarda la Notomia della medesima, e l’analisi ancora de’ principj, che la compongono, onde rimetto il Leggitore curioso alla sua insigne Istoria fisica del Mare, scritta in francese, e stampata in foglio in Amsterdam con somma esattezza, e con finissime, e pulitissime figure al Naturale [...]. Egli ha felicemente scoperti i fiori di questa pianta [...], ma non gli è mai sortito di trovare la semenza, la quale però spera, che con nuove sperienze manifestare un giorno si possa. Intanto abbiamo di certo (se a lui crediamo) che produce fiori, non dissimili nella fattezza ad alcuni di piante terrestri, se non che questi precipitano nel fondo dell’acqua, ed i terrestri galleggiano. Qualche seme è necessario, che abbiamo, se sono vere organiche piante, e se si propagano, ma del seme delle piante terrestri differente molto, essendo difficile il concepire, come spesse fiate questo seme non faccia nascere una pianta, ma un semplice incrostamento alle altre piante marine [...] onde temo forte, che possa ancora entrare in questione, se sia vera pianta, se quelli fossero veri fiori, se abbia vero seme, o se sia sugo, simile nel suo genere alla stalactiti, che nelle caverne de’ Monti si trovano, di vere piante ramose gentilissime imitatrici.13

 

A lettura ultimata del lemma, emerge anche un’ulteriore stranezza: appare infatti evidente che Vallisneri deve aver tralasciato di effettuare qualsiasi riscontro autoptico al fine di raccoglier prove per rigettare o rafforzare la scoperta marsiliana; era già occorso con Réaumur; ma qui l’omissione, peraltro protratta nel tempo, è tanto più dissonante, poiché segnale di un secondo tradimento della eredità malpighiana e rediana, situato questa volta nel cosiddetto nocciolo duro della metodologia di indagine, che era stato connotativamente informato sull’allestimento di rigorosi protocolli sperimentali qualificati in prima istanza dall’esigenza di procedere ad un reiterato controllo degli esiti raggiunti.

Ma le stranezze non finiscono qui: il 3 settembre 1717 Giacinto Cestoni, il grande speziale livornese, scrive a Vallisneri comunicando una serie di osservazioni che a suo dire evidenziano la inclusione del corallo piuttosto al regno animale: 

Siccome da 15 giorni in qua mi sono ritirato in camera per causa de frequenti Stimoli, che mi causa l’orina ho dato una scorsa alla Storia de Coralli, et Esperienze fatte dal Sig. Conte Marsilli intorno ad essi, e fatto la reflessione, che non determina la sua nascita, ne la sua propagazione. Onde considerato dal mio poco intendimento direi, che la pianta de Coralli siano piante Animali vere, e reali, come sono le Spugne, ostriche, e tanti Zoofiti, che si numerano nell’Acqua salata, e lo deduco dal latte, che egli dice gettare di continuo, e lo credo assolutamente.14

 

A scanso di equivoci, la sollecitazione, con la fermezza che si esprime tramite la chiosa «e lo credo assolutamente», giunge al tavolo di lavoro di Vallisneri da parte di un corrispondente, che rappresenta un interlocutore ed un sodale prezioso, con cui si è instaurata una duratura e proficua collaborazione scientifica. Eppure tale fulminante intuizione deve essere rimasta totalmente lettera morta, visto che nel citato lemma non fu ritenuta degna neanche di una menzione fra le possibili ipotesi; ma a dar conto di questo inanellarsi di tante incongruità una spiegazione non manca: subito dopo il 1710, su mediazione del naturalista svizzero Louis Bourguet, il medico italiano era stato messo al corrente che Leibniz, promosso il rilancio dell’idea della scala o catena, auspicava dalla comunità dei naturalisti uno sforzo comune per raffinare e articolare in dettaglio la gradazione degli enti. Vallisneri aveva raccolto l’invito con entusiasmo e crescente serietà d’intenti; nel giro di pochi anni tale motivo era diventato centrale nell’economia del suo pensiero, tanto che l’aveva eletto a tema di una solenne e affollata Lezione accademica intorno all’ordine della progressione, e della connessione, che hanno insieme tutte le cose create:

Come Iddio nelle sue fatture ha fatto non solamente i suoi gradi nella creazione di tutte, e come ognuna ha ben sì in generale certe leggi delle altre, ed in particolare e sue differenze, che le specificano e le distinguono; ma quello che sono per dirvi, e dove mi pare il mirabile, penso mostrarvi certe spezie in tutti i generi, cadauna delle quali partecipa di due generi, cioè entra da un canto in un genere, e dall’altro in un altro genere, e così lega, e strigne tutto l’universo insieme, e sono queste, come gli anelli della bella catena della Natura.15

 

In questa sede, senza scendere nei dettagli, Vallisneri si limita a fornire qualche esempio convincente dell’assunto, cadendo così il discorso proprio sul ruolo che il corallo strategicamente giocava per salvare la continuità fra minerali e piante:

Da questo gran genere de’ corpi terrestri non animati, e non prolifici co’ loro semi, almeno visibili, nel modo delle piante, parrebbe difficile, che non si dovesse fare un salto alle dette, e pure vi è il suo mezzo così palpabile, che chi bene lo pondera, non può negarlo. Questo è il genere delle piante petrose del Mare, che con la durezza, peso, materia, e col modo di nutrirsi, non dalle radici, ma da’ pori laterali guardano da un canto le pietre figurate, e non figurate, ma con la sensibile vegetazione, e struttura più artifiziosa, tubuletti per lo nutrimento, fiori e semi guardano dall’altro canto. Consideriamo il nobile genere de’ Coralli, e delle Coralloidi, e vederemo, ch’ e’ sono, come un anello di questa catena fra le pietra, e i vegetabili.16

 

Osservando dunque la scena da questa specola, si capiscono le profonde ragioni della ritrosia di Vallisneri nel revocare in dubbio la scoperta di Marsili, che, se si fosse rivelata erronea, avrebbe comportato il prodursi di un drammatico e insanabile sfilacciamento dell’ordito, per giunta in uno dei punti davvero nevralgici, ricorsivamente sottoposto a manomissioni e rabberciamenti a causa l’alta volatilità dei gradini che di volta in volta erano stati invocati a garanzia di una morbida transizione fra minerale e vegetale. Segno ne è che Vallisneri, nel concedere sia pur in via ipotetica il caso di una perdita del corallo, si affrettava a ribadire nel lemma successivo, ma anche in questo caso non senza cader in fragilità argomentative, che la continuità era purtuttavia salvata da quelle «spezie di Coralloidi, le quali non sono, se non certe pianticelle marine dure, e quasi mezzo impietrite, che però conservano la natura del legno. Sono anch’esse un anello, per così dire, della connessione de’ generi, o delle spezie, e di quell’ammirabile progressione, e legame, che hanno insieme tutte le cose create»17.

 

Note con rimando automatico al testo

1 C. White, An account of the regular gradation in man, and in different animals and vegetables; and from the former to the latter…, London, Printed for C. Dilly, 1799.

2 S. J. Gould, Tutti uniti nella Grande Catena dell’Essere, in Id., Il sorriso del fenicottero, Milano, Feltrinelli, 1987, pp. 226-234; sulle scala o catena cfr., oltre il classico A. O. Lovejoy, La Grande catena dell’Essere, Milano, Feltrinelli, 1981 (ed. orig. New York 1936), G. Barsanti, La Scala, la Mappa, l’Albero. Immagini e classificazioni della natura fra Sei e Ottocento, Firenze, Sansoni, 1992.

3 Cfr. C. White, An account of the regular gradation in man…, cit., tavola fuori testo e pp. 16-17 (per la riproposizione della serie di Bonnet).

4 C. Bonnet, Traité d’insectologie, ou observations sur les poucerons…, 2 voll., A Paris, Chez Durand, 1745, tavola fuori testo; Contemplation de la nature, in Id., Œuvres d’histoire naturelle, tome quatrième, première partie, A Neuchatel, De l’imprimerie de Samuel Fauche, 1781, p. 1.

5 Su questa vicenda del corallo, che è parte del più ampio dibattito sorto fra Sei e Settecento intorno la natura delle cosiddette piante imperfette, entro cui era ricompreso anche il corallo, cfr. A. Ottaviani, Né pianta né pietra. Figure della metamorfosi al confine. Prefazione di M. Torrini, Roma, Aracne, 2012.

6 F. Imperato, Dell’historia naturale… libri XXVIII, In Napoli, Per Costantino Vitale, 1599, pp. 715 e 717.

7 Cfr. Sur le corail, «Histoire de l’Académie Royale des Sciences de Paris», 1727, pp. 37-39; e per la sezione dei Mémoires R.-A. F. de Réaumur, Observations sur la formation du corail et des autres productions appelées plantes pierreuses, pp. 269-281.

8 Cfr. per la palinodia R.-A. F. de Réaumur, Memoires pour servir a l’histoire des Insectes, tome sexième, A Paris, De l’Imprimerie Royale, 1742, Preface, pp. LXXIV-LXXX; ad ogni modo, la definitiva riabilitazione del marsigliese occorse solo qualche anno dopo con la pubblicazione di An Account of a manuscript treatise presented to the Royal Society, intituled, Traité du corail... Extracted and Translated from the French by Mr. William Watson, F.R.S., «Philosophical Transactions», 47, 1753, pp. 445-469; su Réaumur, relativamente alla sua adesione al tema della continuità degli enti naturali, cfr. V. P. Dawson, Trembley, Bonnet, Réaumur and the Issue of Biological Continuity, «Studies in Eighteenth-Century Culture», 13, 1984, pp. 43-63.

9 Plinio, Naturalis historia, XXXII, 21-22: «Forma est ei fruticis, color viridis. Bacae eius candidae sub aqua ac molles, exemptae confestim durantur et rubescunt qua corna sativa specie atque magnitudine. Aiunt tactu protinus lapidescere, si vivat; itaque evellique retibus aut acri ferramento praecidi, qua de causa curalium vocitatum interpretantur. Probatissimum quam maxime rubens et quam ramosissimum nec scabiosum aut lapideum aut rursus inane et concavum».

10 Ovidio, Metamorfosi, IV, 744-752: «I ramoscelli ancora freschi e vivi assorbono nel midollo poroso il potere del mostro, e a contatto con questo s’induriscono, e assumono nel legno e nelle fronde una rigidità inusitata. Le ninfe del mare provano con molti altri ramoscelli, si divertono a vedere che il prodigio sempre si ripete, e li fanno moltiplicare gettandone semi nelle onde. Ancora oggi i coralli conservano questa proprietà: d’indurirsi al contatto dell’aria, per cui quello che sott’acqua era un vimine, spuntando fuori dall’acqua si pietrifica».

11 L. F. Marsili, Brieve ristretto del saggio fisico intorno alla storia del mare, Venezia, Presso A. Poletti, 1711, pp. 3-4.

12 Ivi, pp. 8-9.

13 A. Vallisneri, Opere Fisico-mediche stampate e manoscritte... raccolte da Antonio suo Figliolo..., 3 voll., In Venezia, Appresso Sebastiano Coleti, 1733, III, p. 395.

14 G. Cestoni, Epistolario ad Antonio Vallisnieri, con introduzione ed a cura di S. Baglioni, 2 voll., Roma, Reale Accademia d’Italia, 1940-1, II, pp. 806-807.

15 A. Vallisneri, Opere Fisico-mediche, cit., II, p. 284.

16 Ibidem.

17 Ivi, III, pp. 395-396.