Azioni Parallele

NUMERO 4 - 2017
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Scale filosofiche a “senso unico”

 

Wittgenstein in un ritratto di Gary Michael del 1948

 

 

  1. La scala di Wittgenstein

 

Partiamo dalla famosa proposizione 6.54 del Tractatus di Wittgenstein: la penultima, ossia quella che viene appena prima della celebre sentenza finale: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Leggiamola:

 

Le mie proposizioni illuminano [erläutern] così: Colui che mi comprende [versteht], infine le riconosce insensate [unsinnig], se è asceso [hinaussteigen] per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala [Leiter] dopo essere asceso su essa.) / Egli deve trascendere [überwinden] queste proposizioni; è allora che egli vede rettamente il mondo.1

 

Dal suo autore, l’intero Tractatus è concepito, così, come una grande scala2, in qualche modo a “senso unico”, in quanto, salendola, si può accedere a una soglia – la soglia della “comprensione” – raggiunta la quale ciò che sta al di qua di essa si svela inevitabilmente come “insensato”3. E diciamo “comprensione”, perché lo stesso Wittgenstein, nel suo far appello a un lettore che lo intenda, nella «Prefazione» al libro in questione, precisa che quest’ultimo conseguirebbe il suo fine a condizione di piacere a «uno che lo […] comprenda»4.

 

Al riguardo, ricordiamo che, in una famosa lettera del suo epistolario, dell’ottobre 1919, Wittgenstein sostiene che la sua opera può essere fatta consistere di due parti: di ciò che ha scritto e di ciò che non ha scritto, dove «proprio questa seconda parte è quella importante»5. In tal modo, sembra darsi una piena coincidenza, in lui, fra quel che “non ha scritto”, la sfera di ciò su cui si “deve tacere” e la soglia a partire dalla quale è possibile “comprendere” e “vedere rettamente il mondo”.

 

Naturalmente, non sono mancate le interpretazioni in chiave mistica dell’immagine della scala, contenuta nel Tractatus. Fra tutte, eccone una:

 

La salita [ascent] lungo la scala allude all’ascesa mistica: il mondo visto dalla cima di questa ascesa è il mondo visto da fuori il mondo stesso [ekstasis]. In tal senso, il buttar via la scala e trascendere [transcending] le proposizioni del Tractatus configura la funzione di esso come una via negativa. E l’affermazione finale [la proposizione 7] era forse intesa come la più seria di tutte, poiché nel suo invito al silenzio si può cogliere la pietas di un uomo devoto di fronte al Mysterium divino.6 

 

Il punto è, però, che la metafora della scala così intesa, ossia come un modo di ascensione graduale verso un luogo iperuranico situato fuori del mondo, sembra confliggere con diverse altre affermazioni dello stesso Wittgenstein. Esaminiamole velocemente. Sempre nel Tractatus, egli scrive:

 

Tutte le proposizioni della logica sono paritetiche [gleichberechtigt] (6.127). Nella logica processo e risultato sono equivalenti (6.1261). Tutte le proposizioni sono [in essa] di pari valore [gleichwertig] (6.4). Le proposizioni non possono esprimere nulla ch’è più alto [nichts Höheres] (6.42).7

 

E, non diversamente, nella Conferenza sulletica, leggiamo:

 

tutti i fatti [… sono], per così dire, allo stesso livello, e, allo stesso modo, tutte le proposizioni. Non vi sono proposizioni che, in […] senso assoluto, sono sublimi, importanti o correnti.8

 

Per non dire poi che, nella «Prefazione» alle Osservazioni filosofiche, Wittgenstein ci tiene a caratterizzare il proprio metodo di ricerca come un permanere costantemente là dove già si è, ossia come un «insiste[re] a considerare sempre le stesse cose [immer wieder dasselbe]». E ciò proprio in alternativa rispetto alla tendenza a salire «di gradino in gradino sempre più in alto»9. Al riguardo, in un altro luogo della sua opera, egli è addirittura categorico:

 

Potrei dire che, se al luogo cui voglio pervenire si potesse salire solo con una scala, abbandonerei il proposito di raggiungerlo. Infatti, dove debbo tendere davvero, là devo in realtà già essere. Ciò che è raggiungibile salendo una scala non mi interessa.10

 

Per sciogliere l’apparente contraddizione fra le due prospettive, che – come abbiamo appena visto – si danno contemporaneamente in Wittgenstein, non ci resta, così, che una sola via.

 

La scala del Tractatus dev’essere qualcosa che non ci porta affatto “più in alto”, ma che, mentre la adoperiamo, ci lascia in realtà nello stesso posto, ci mostra sempre le stesse cose – soltanto, man mano, sempre più chiaramente […]. Una volta che ha svolto il suo compito pedagogico, una volta che abbiamo compreso che il mondo non è altro che il mondo dei fatti e non ha alcun senso ulteriore, e che l’unico linguaggio sensato è il linguaggio descrittivo proprio della scienza empirica, possiamo in ogni momento abbandonare la “scala” e proseguire per nostro conto: non perché, opportunisticamente, l’abbiamo già usata per raggiungere il piano superiore, ma perché abbiamo compreso che non c’è mai stato nessun piano superiore da raggiungere.11

 

E, a conferma del carattere ricorsivo, e non di linearità scalare e progressiva, che presenta l’argomentazione adottata da Wittgenstein, nel Tractatus12, va notato che la sentenza finale – quella che viene subito dopo la discussa proposizione 6.54 – è l’unica a essere ripetuta anche nella «Prefazione», dove si sottolinea, infatti, che proprio in essa si trova racchiuso il vero «senso [etico] del libro»13. La proposizione 6.54 stessa, nella sua prima versione, accenna poi al fatto che ciò cui il gesto di gettare via la scala dovrebbe condurre è, sì, a “vedere rettamente il mondo”, ma non prima di aver guadagnato il «giusto livello [richtige Stufe14 a partire da cui poterlo fare: l’unico che effettivamente si dà e che – secondo quanto si è appena visto – non è nient’altro che la conquista di quel luogo in cui noi, da sempre, già ci troviamo.

 

 

 

  1. La scala di Sesto Empirico 

 

L’immagine della scala, delineata da Wittgenstein, presenta una indubbia analogia con quella delineata, diversi secoli prima, da Sesto Empirico. Nell’opera Contro i logici, il filosofo scettico vissuto a cavallo tra il II e il III secolo d.C., nell’atto in cui produce un’argomentazione contro l’esistenza della dimostrazione, in quanto caposaldo di un concetto di verità dogmaticamente inteso, si accorge di essere rimasto irretito in una contraddizione insolubile. Prova a tirarsene fuori portando tre esempi, dei quali quello che qui ci interessa è l’ultimo. Scrive:

 

come non è impossibile che chi è salito verso un luogo elevato [ὑψηλον τόπον] per mezzo di una scala rovesci con il piede la scala dopo l’ascesa, così non è inverosimile che lo scettico, arrivato a stabilire il proprio argomento per mezzo di una scaletta, ovvero di un discorso che mostra che non esiste dimostrazione, proprio allora distrugga anche questo stesso discorso.15

 

Significativo è il fatto che Sesto Empirico, per connotare il «luogo elevato» cui aspira a pervenire lo scettico, usi una parola riconducibile all’area semantica di ὑψος, ossia a quello stesso termine che sta al centro anche del celebre trattato Del Sublime [Περὶ Ὕψους] dello Pseudo Longino16. Il parallelo non è casuale, perché tanto la grandezza espressiva, ossia l’altezza e la magnificenza stilistiche, per il retore greco, quanto la pratica della sospensione del giudizio, per il filosofo scettico, hanno la proprietà di condurci a un medesimo risultato: di farci accedere a una forma di “estasi” che produce un effetto trasfigurante sulla nostra mente17. E proprio come l’epoché «è un pathos», ossia un qualcosa che ci accade non «per una specie di necessità naturale», ma perché «risulta da una nostra decisione»18, così è anche per il sublime, il quale promana, infatti, da un “animo perturbato e commosso” che si avvale di una precisa strategia comunicativa19.

 

Nel passo appena citato, Sesto Empirico rivendica, inoltre, al proprio argomento uno statuto ostensivo, nel senso che esso, piuttosto che dimostrare ciò su cui verte, lo mostra direttamente, prospettando, così, una distinzione che potrebbe far pensare a quella che, nel Tractatus, corre proprio fra “dire” o “descrivere”, relativi alla necessità logica, e “mostrare”.

 

 

 

  1. La scala di Mauthner

 

Più di uno studioso di Wittgenstein ha indicato in Fritz Mauthner l’autore cui egli avrebbe attinto l’immagine della scala20. Molto significativo è che il primo, nonostante, nella proposizione 4.0031 del Tractatus, prenda le distanze dalla critica del linguaggio condotta dal secondo, converta, all’altezza delle Ricerche filosofiche, proprio in direzione di essa21. Conversione che gli consente di riconsiderare con un occhio critico la riflessione da lui svolta in precedenza. In altre parole, la Sprachkritik di Mauthner potrebbe essere stata, per Wittgenstein, una scala a “senso unico” lungo cui lui è salito, facendogli guadagnare una soglia a partire dalla quale ciò di cui si fa esperienza è che «si ascolta, si pensa e si parla diversamente»22. Ma andiamo all’immagine della scala di Mauthner:

 

Se voglio salire nella critica del linguaggio, che è l’occupazione più importante dell’umanità pensante, devo annientare il linguaggio passo dopo passo dietro di me e davanti a me e dentro di me, devo distruggere ogni piolo della scala mentre salgo. Chi vuole seguire, ricostruisca i pioli per poi distruggerli di nuovo.23

 

Quella che muove Mauthner è, dunque, un’«istanza iconoclasta» radicale, diretta contro ogni rappresentazione linguistica, contro il linguaggio nella sua totalità: linguaggio che è «l’oggetto e insieme il mezzo della sua critica»24. Su questo punto, egli è addirittura categorico:

 

il linguaggio” non esiste; la parola è un’astrazione così pallida che difficilmente gli corrisponde […] qualcosa di reale.25

 

A differenza proprio di Wittgenstein, il quale, ancora nel Tractatus, pensa che il linguaggio, sotto il rivestimento delle sue forme apparenti, disponga di una forma logica reale: forma che coincide con l’essenza stessa della realtà. In altre parole, mentre l’opera di autodemolizione di cui si fa carico la critica del linguaggio è, in Mauthner, una «riprova della natura mutevole e soggettiva delle cose», alla quale anche esso finisce per partecipare, per Wittgenstein, invece, «l’insensatezza di ogni discorso sull’essenza del linguaggio» non è altro che un «aspetto dell’evidenza inconfutabile della verità – che è sì evidenza che tutto quanto nel linguaggio si può dire è contingente», ma che «non è essa stessa una evidenza contingente»26.

 

In definitiva, nel riprendere l’immagine tradizionale della scala, Wittgenstein l’avrebbe sottoposta a una torsione radicale, distinguendo anche in essa una forma logica reale e una apparente, dove, mentre la seconda si presta all’idea di un progresso in avanti nella ricerca filosofica, la prima, invece, lo esclude categoricamente. Per quanto riguarda il linguaggio, poi, è come se l’immagine in questione fosse stata adattata al motivo secondo cui la natura di esso può essere attinta solo da una modalità epistemica che, scardinando il circolo vizioso che connette fra loro “dire” e “descrivere”, indichi ostensivamente verso uno spazio logico emancipato dalla struttura dell’autoriferimento di ogni proposizione a se stessa27: lo spazio – lo abbiamo già visto in precedenza – in cui la ricerca filosofica si esplica come un continuo e inesauribile discernimento di quelle che sono «sempre le stesse cose».

 

Note con rimando automatico al testo

 

1 L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, in Id., Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, trad. it. di A. G. Conte, Torino, Einaudi, 2009, p. 109. Ricordiamo che proprio su questa proposizione fa leva la lettura, cosiddetta, “risoluta” del Tractatus, portata avanti, principalmente, da J. Conant e C. Diamond, dei quali cfr., da ultimo, Rileggere Wittgenstein, a cura di P. Donatelli, Roma, Carocci, 2010. Per i due studiosi, lo scopo perseguito da Wittgenstein – e condensato proprio nell’immagine della scala – sarebbe non teoretico, ma terapeutico: gradino per gradino, noi dobbiamo liberarci dall’illusione “metafisica” che sia possibile uscire fuori dal linguaggio per darne una teoria o una fondazione.

 

2 Scrivono, rispettivamente, N. Last, Wittgensteins House: Language, Space and Architecture, New York, Fordham University Press, 2008 e Y. Lurie, Tracking the Meaning of Life. A Philosophical Journey, Columbia, University of Missouri Press, 2006: «L’immagine più associata al Tractatus è quella della scala. […] Scala che è composta dalle proposizioni del Tractatus, dove ciascuna di esse ne rappresenta un piolo», ivi, p. 52; «gli enunciati del libro [il Tractatus] sono i pioli di una scala», ivi, p. 95.

 

3 Scrive S. Soleri, Note al Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, Napoli, Bibliopolis, 2003: «I singoli enunciati del Tractatus sono i come i gradini di una scala che il lettore sale fino a raggiungere un punto di vista che gli consente di vedere quanto prima si celava al suo sguardo» (cap. 2). Ma cfr. anche A. Nordmann, Wittgensteins Tractatus: An Introduction, Cambridge, Cambridge University Press, 2005, il quale scrive: «La metafora della scala suggerisce che, nel Tractatus, c’è lo sviluppo lineare di una successione di pensieri che si libra verso l’alto. Salendo la scala, gradino per gradino, i lettori arrivano a conseguire un nuovo livello filosofico», ivi, p. 65.

 

4 L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, cit., p. 23.

 

5 L. Wittgenstein, Lettere a Ludwig von Ficker, a cura di D. Antiseri, Roma, Armando, 1974, p. 72.

 

6 R. Nieli, Wittgenstein: From Mysticism to Ordinary Language, Albany, State University of New York Press, 1987, p. 118.

 

7 L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, cit., pp. 98, 97, 106.

 

8 L. Wittgenstein, Conferenza sulletica, in Id., Lezioni e conversazioni sulletica, lestetica, la psicologia e la credenza religiosa, a cura di M. Ranchetti, Milano, Adelphi, 1967, pp. 9-10.

 

9 L. Wittgenstein, Osservazioni filosofiche, a cura di M. Rosso, Torino, Einaudi, 1976, p. LXXVII. In quest’ottica può essere anche letta quell’annotazione (13.11.14), contenuta nei Quaderni 1914-1916, cit., secondo cui, proprio le «questioni che si ritengono risolte», devono essere, ogni volta, riprese e riesaminate «sotto nuovi profili» (ivi, p. 119). Ed esattamente questo è il criterio che, nel Tractatus, regola il rapporto fra proposizioni principali e proposizioni di commento, dove le seconde possono essere viste come degli «esercizi di approfondimento e ulteriore analisi»delle prime. Cfr. D. Mezzadri, Il labirinto, lalbero e la scala. Sulla forma del Tractatus, in <www.academia.edu/3791641>, 2012, pp. 1-18: p. 5.

 

10 L. Wittgenstein, Pensieri diversi, a cura di G. H. von Wright e H. Nyman, ed. it. a cura di M. Ranchetti, Milano, Adelphi, 1980, p. 28.

 

11 L. Bazzocchi, Contro linterpretazione acrobatica della scala di Wittgenstein, in «Epistemologia», 2010, vol. 33, pp. 171-206: pp. 176-7. Su questa stessa linea interpretativa, afferma M. Kremer, The Purpose of Tractarian Nonsense, in «Nous», 2001, vol. 35, pp. 39-73: «La “scala” del Tractatus ci guida non in alto oltre il mondo, ma […] nel mondo» (ivi, p. 61).

 

12 Circa la struttura architettonica del Tractatus, altri interpreti hanno sostenuto che essa avrebbe come modello un albero (cfr. L. Bazzocchi, Lalbero del Tractatus. Genesi, forma e raffigurazione dellopera mirabile di Wittgenstein, Milano-Udine, Mimesis, 2010) o anche un labirinto (cfr. S. Borutti, Leggere il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, Pavia, Ibis, 2010).

 

13 L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, cit., p. 23. Tutto ciò proverebbe, fra l’altro, che la proposizione 7, come non è l’ultima parola del Tractatus, così non consegue direttamente dalla proposizione che la precede: essa è, piuttosto, «uno dei suoi presupposti, uno dei cardini irrinunciabili su cui tutto il resto ruota». Cfr. L. Bazzocchi, Contro linterpretazione acrobatica della scala di Wittgenstein, cit., p. 194.

 

14 L. Wittgenstein, Prototractatus. An Early Version of Tractatus logico-philosophicus, a cura di B. F. McGuinnes, T. Nyberg e G. H. von Wright, London, Routledge & Kegan, 1971, p. 236.

 

15 Utilizziamo la trad. it. di E. Spinelli, Questioni scettiche. Letture introduttive al pirronismo antico, Roma, Lithos, 2005, p. 122. Sul procedimento scettico, che qui è in gioco, di una messa fra parentesi che coinvolge anche il soggetto stesso che la opera (self-Bracketing), cfr. L. Castagnoli, Self-Bracketing Pyrrhonism, in «Oxford Studies in Ancient Philosophy», 2000, vol. 18, pp. 262-328.

 

16 Cfr. E. Cannata, La metafora inesauribile. Limmagine della scala tra filosofia antica e contemporanea, in <www.academia.edu/12893723>, 2016, pp. 1-9: pp. 4-5.

 

17 Cfr. S. Halliwell, Fra estasi e verità: Longino e la psicologia del sublime, in «Aevum Antiquum», 2003, n. 3, pp. 65-77.

 

18 J. Barnes, Aspetti dello scetticismo antico, trad. it. di L. Papa, Napoli, La Città del Sole, 1995, p. 41, nota 28.

 

19 Cfr. G. Lombardo, Longino e il sublime antico, in «Studi di estetica», 2015, n. 1, pp. 37-44.

 

20 M. Bastianelli, Oltre i limiti del linguaggio. Il kantismo nel Tractatus di Wittgenstein, Milano, Mimesis, 2008, scrive, ad esempio, che, sul punto in questione, «quasi certamente, è proprio Mauthner la fonte diretta di Wittgenstein» (ivi, p. 68). Più in generale, sulle affinità e differenze che corrono fra Wittgenstein e Mauthner, cfr. H. Sluga, Gottlob Frege, London, Routledge & Kegan, 1980, pp. 183-5. E, inoltre, E. Leinfellner, Zur nominalistischen Begründung von Linguistik und Sprachphilosophie: Fritz Mauthner und Ludwig Wittgenstein, in «Studium Generale», 1969, vol. 22, pp. 209-51, nonché C. Santibáñez Yañez, Los juegos de lenguaje de Fritz Mauthner y Ludwig Wittgenstein, in «Teorema. Revista Internacional de Filosofía», 2007, n. 1, pp. 83-105 e M. Bastianelli, Wittgensteins Sprachkritik… «allerdings nicht im Sinne Mauthners», in Aa. Vv., Wissenschaftstheorie, Sprachkritik und Wittgenstein. In memoriam Elisabeth und Werner Leinfellner, Heusenstamm, Ontos Verlag, 2011, pp. 75-96.

 

21 H. Sluga, Wittgenstein, trad. it. di G. Lando, Torino, Einaudi, 2012, scrive che proprio il cambiamento di prospettiva che si determina, in Wittgenstein, dopo il Tractatus, lo porta a modificare il suo giudizio su Mauthner. «Allora [all’altezza del Tractatus] si era schierato con Russell contro le posizioni antiformaliste e scettiche di Mauthner. Il Wittgenstein più tardo sarà invece d’accordo con le tesi di Mauthner che il linguaggio non può essere compreso se il calcolo logico viene assunto a modello, e che deve invece essere considerato come uno strumento per la soddisfazione di svariati bisogni umani» (ivi, p. 14).

 

22 G. Weiler, Einführung, in F. Mauthner, Sprache und Leben. Ausgewählte Texte aus dem philosophischen Werk, a cura di G. Weiler, Salzburg-Wien, Residenz Verlag, 1986, p. XVI. Di questo stesso Autore, si veda, naturalmente, anche il vol.: Mauthners Critique of Language, Cambridge, Cambridge UniversityPress, 1970.

23 F. Mauthner, La maledizione della parola. Testi di critica del linguaggio, a cura di L. Bertolini, Palermo, Centro Internazionale Studi di Estetica, 2008, pp. 78-9 (il passo è tratto dall’«Introduzione» al vol. I dei Beiträge zu einer Kritik der Sprache, 3 voll., Stuttgart-Berlin, Cotta, 1906-19132). Sui Beiträge di Mauthner, cfr., in particolare, M. Mastroddi, I Beiträge zu einer Kritik der Sprache di Fritz Mauthner, in «Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia», 2003, vol. 5.

 

24 L. Bazzocchi, Contro linterpretazione acrobatica della scala di Wittgenstein, cit., p. 191.

 

25 F. Mauthner, La maledizione della parola, cit., p. 80. Nel segno di questo motivo per cui «“il linguaggio” non esiste», molto significativo è il fatto che Mauthner abbia allacciato uno scambio epistolare con Hofmannstahl, iniziato subito dopo la pubblicazione, da parte di quest’ultimo, della famosa Lettera di Lord Chandos (1902). Cfr. Der Briefwechsel Hofmannstahl-Fritz Mauthner, a cura di M. Stern, in «Hofmannstahl-Blätter», 1978, n. 19-20, pp. 21-42.

 

26 I. Valent, Invito al pensiero di Wittgenstein, Milano, Mursia, 1989, p. 33.

 

27 Cfr. I. Valent, La forma del linguaggio. Studio sul Tractatus logico-philosophicus, a cura di I. Sciuto, Bergamo, Moretti & Vitali, 2012, pp. 280-1. Su una linea interpretativa analoga, P. Frascolla, Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Introduzione alla lettura, Roma, Carocci, 2000, scrive che accedere al dominio del silenzio, dopo essere saliti per la scala offerta dal Tractatus, significa mettere «la sfera delle cose più alte al riparo da qualunque tentativo di costringerla in moduli espressivi non appropriati, costruiti ad imitazione di quelli del linguaggio della scienza». Ivi, p. 298.