Azioni Parallele

NUMERO 5 - 2018
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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L’importanza dei luoghi comuni

 

Sai che è primavera?
Io non me n’era accorto.

S. Corazzini, Spleen (da Le aureole), 1905

  

Le persone che si ritrovano insieme nel locus communis, in piazza o su Facebook, discorrono del più e del meno, spesso del tempo o della manifesta incapacità dei politici da loro stessi eletti. Tanti i luoghi comuni – opinioni diffuse, spesso generalizzazioni non scientificamente provate – che riempiono le conversazioni altrimenti vuote di contenuti. “Non ci sono più le mezze stagioni” è un luogo comune, ma voi avete mai capito perché? Io a riguardo sono un po’ confuso. È un luogo comune perché davvero non ci sono più le mezze stagioni, o perché le mezze stagioni, in realtà, non ci sono mai state? Diciamo che di sicuro è un luogo comune perché viene ripetuto senza rifletterci troppo. Almeno riempie le conversazioni. E questo è solo uno degli esempi più celebri, ma di luoghi comuni è pieno il mondo. Ad ogni modo, fatevene una ragione, perché senza certezze (vere o false che siano) l’uomo non cammina. Altro che la ricerca, il vero motore dell’umanità è l’universalità e l’universabilità, la ragionevole certezza, appunto, che se il semaforo è verde, e attraverso sulle strisce, nessuna automobile mi investirà. Allora potrei dire che a Napoli con in tasca questa certezza si va dritti all’ospedale, cadendo così in un clamoroso luogo comune. 

Ciò che mi preme è sbollire gli spiriti degli “abolizionisti” dei luoghi comuni, coloro che appena sentono pronunciare qualcosa che assomiglia anche solo vagamente a un luogo comune iniziano a storcere il naso. Comprendo che preferiscano stare in compagnia di geni e premi Nobel, ma perché questi ultimi possano esistere è necessario che i luoghi comuni proliferino. Con questo ho detto tutto, potrei anche terminare qui. Ma vado avanti per cercare di convincervi delle mie buone intenzioni con Paul Valéry, che tra i suoi Cattivi pensieri scrive:

Ricordati che ogni mente è plasmata dalle esperienze più banali. Dire che una fatto è banale significa dire che è fra quelli che più hanno contribuito alla formazione delle tue idee essenziali. Nella composizione della tua sostanza mentale più del 99% è costituito da immagini e impressioni senza valore. Aggiungi poi che le concezioni inusuali, i pensieri nuovi e singolari traggono tutto il loro valore da questo fondo volgare che li fa risaltare.1

Quindi anche geni e premi Nobel pensano i nostri stessi luoghi comuni, o perlomeno da essi prendono le mosse per arrivare là dove non si tocca. So a cosa staranno pensando in questo momento i detrattori dei luoghi comuni: “Ma che banalità!”. Bene, era quello che volevo. Ma è la verità. Se queste parole non vi fossero parse banali – che poi banali non lo sono per tutti – non potreste andare al di là di esse, non potreste pensare a null’altro di non-banale. E poi, qui, si potrebbe discutere ore e ore su che cosa sia banale e non-banale. A questo punto risponderete con una certezza: “Beh, si sa che cos’è banale e che cosa non lo è” – un altro luogo comune. Senza certezze non si cammina, l’ho già detto. Eppure i concetti di banale e non-banale mutano da persona a persona in base a carattere, formazione, cultura.

Potrei dirvi anche un’altra cosa: lamentarsi dei luoghi comuni è diventato esso stesso un luogo comune. La maggior parte di noi quando sente: “Non ci sono più i valori di una volta”, pensa: “Ma questo è un luogo comune”. O no? Anche la certezza di potersi elevare dalla banalità aiuta ad andare avanti. Ciò non toglie che questa sia una certezza banale, un’opinione ormai entrata nella testa dei più, spesso senza passare al vaglio della ragione. Chamfort, nel Settecento, scriveva: «C’è da scommettere che ogni idea pubblica, ogni convenzione ricevuta è una sciocchezza, giacché è convenuta ai più». Se non è anch’esso, ormai, un luogo comune, una banalità… Avrà ragione Chamfort? Come fare a dirlo?

Anche quella che molti credono una materia che studia le “cose difficili”, non banali (e magari inutili – e su questo torneremo fa poco) – la filosofia – in realtà gira sempre intorno alle stesse domande e agli stessi bisogni, prettamente umani, di risposte. Ed è ancora Valéry a dire che «Spogliata delle forme solenni e rigorose, la domanda del filosofo è sempre infantile».2

***

Soffermiamoci, dunque, sulla banalità e sulla non-banalità, quest’ultima declinabile anche nel senso di “novità”. Che d’inverno nevichi e d’estate si muoia di caldo non è certo una scoperta dei giorni nostri, ma, stando agli allarmismi dei telegiornali, così non parrebbe. E questo è solo uno degli innumerevoli esempi ai quali ogni giorno soccombiamo: ciò che è creduto nuovo, nella maggior parte dei casi è vecchio o una ricombinazione dell’esistente. Eclatante, a mio avviso, è il discorso che in questi ultimi anni è sorto intorno alla filosofia e alla sua presunta inutilità per la società contemporanea. Una questione che rimanda subito a epoche passate e alla ragionevole ipotesi che la filosofia, perlomeno al momento della sua nascita e nel suo fiorire, fosse ritenuta utile. E invece no, è questo il bello: la filosofia ha sempre sofferto di questi attacchi del mondo materialista, in ogni epoca, in ogni luogo, anche e soprattutto nell’Atene dei filosofi, nell’Atene di Socrate e Platone. Nel VI libro de La Repubblica di Platone (487c-d) Adimanto fa un’obiezione a Socrate:

Tutti coloro che si sono accostati alla filosofia e non se ne allontanano dopo averla praticata da giovani a scopo di cultura, ma che vi dedicano maggiore tempo, diventano per lo più molto stravaganti, per non dire dei mariuoli; e invece, per coloro che sembrano i più onesti, l’unico risultato di quella professione che tu lodi è di essere inutili agli stati.3

Stravaganti, mariuoli, inutili. Questi sono i filosofi secondo Adimanto, persone che non possono servire in alcun modo alla polis. Anzi, ricordate come finì Socrate? Condannato a morte per aver corrotto i giovani della città. Che la filosofia sia sempre stata ritenuta dai più un’inutile materia lo conferma anche Flaubert, in pieno Ottocento, quando, alla voce “Filosofia” del suo Dizionario delle idee comuni, scrive: «Farsi una bella risata».4

Ciò per ricordare come cambiano le percezioni e come spesso la mancanza di informazioni (o l’ignoranza, chiamatela come volete) influisca sui nostri concetti di banalità e non-banalità. Per me, da filosofo, che la filosofia sia inutile è un argomento banale, già sentito, che si combatte sempre, da secoli, con le stesse armi e le stesse argomentazioni – soltanto un po’ riadattate ai tempi. Per altri, invece, è un argomento talmente originale e figlio dei nostri tempi che non vedono l’ora che esca il nuovo best seller sull’argomento per trovare le risposte agognate. Sia per me che per loro il fatto che oggi la filosofia sia ritenuta inutile è un’idea diffusa, comune, ma la differenza è che tra gli estimatori della filosofia c’è chi sa che la loro protetta è sempre stata affranta da questo luogo comune, e chi invece crede che la novità e straordinarietà del fatto, legata ai questi tempi corrotti, giustifichi una nuova lotta di parole tutta da pensare. Certamente resta il fatto che considerare inutile la filosofia sia un luogo comune, vero e falso allo stesso tempo, come tutti i luoghi comuni, in base alle prospettive adottate. In definitiva, per alcuni è un luogo comune antico, per altri recente; per alcuni è una banalità, per altri un fatto nuovo, figlio della contemporaneità, e per questo, diciamo così, “interessante”.

Come fare dunque a definire la banalità? È un’impresa immane. Lo si diceva sopra, la percezione personale della banalità dipende da una miriade di fattori, tra cui carattere, formazione, cultura. E nonostante tutto, il termine banale (come qualsiasi altro termine) viene utilizzato – e per fortuna – facendo una media (immaginaria) dei giudizi delle persone, altrimenti non potremmo più essere d’accordo su nulla e saremmo sempre in conflitto, tutti contro tutti.

***

Magari a voi sembrerà stupido, ma quando sento un luogo comune mi ritengo al sicuro, perché penso che gli uomini possano ancora andare d’accordo, che c’è speranza di sopravvivenza per la nostra specie. L’amicizia, e quindi la continuazione della vita, si costruisce a partire dalle cose semplici, e queste possono anche essere delle banalità (ovvero cose credute banali dalla maggioranza di noi) e dei luoghi comuni. Ciò non toglie, però, che siamo chiamati a combattere con tutte le forze quei luoghi comuni che, per ignote ragioni, derivano da grossolani errori e ignoranza, soprattutto quando vanno contro le regole basiche di convivenza, rispetto e uguaglianza. Siamo per dei luoghi comuni, per quanto possibile, responsabili.

Per chiudere mi affido un’ultima volta al buon Valéry che, saggiamente, ci ricorda come «In definitiva tutto si riduce, volendo, a considerare un angolo di tavolo, un pezzo di muro, la propria mano o un pezzetto di cielo».5 Ciò che conta veramente ce l’abbiamo sotto agli occhi, a tal punto, a volte, da crederlo banale e poco importante.

 

Note con rimando automatico al testo

 

1 P. Valéry, Mauvaises Pensée et autres (Paris, 1942); tr. it. a cura di F. Ciro Papparo, Cattivi pensieri, Milano, Adelphi, 2012, p. 11.

2 Ivi, p. 15.

3 Platone, La Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 201.

4 G. Flaubert, Dictionnaire des idées reçues (pubblicato postumo nel 1913); tr. it. di M. Rago, Dizionario delle idee non comuni, Firenze, Sansoni Editore, 1988, p. 46.

5 P. Valéry, Cattivi pensieri, cit., p. 90.