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Azioni Parallele

NUMERO 5 - 2018
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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La guerra al tempo della pace

 

 

Che cos’è la guerra, se non quel periodo di tempo in cui la volontà
di contrastarsi con la violenza si manifesta sufficientemente con le parole e con i fatti?
Il tempo restante si chiama pace.

T. Hobbes, De Cive, 1642

 

L’alternanza tra pace e guerra appare costante nella storia del mondo occidentale, una sorta di dato di sistema che ha condizionato l’intera vita di uomini e donne, trascinandoli nel corso dei secoli in un fatalismo che oggi ci appare sicuramente remoto. Lo studio della nostra storia di europei è in realtà lo studio di una continua terribile contesa tra i popoli, causata ora da fattori territoriali, ora da discriminazioni religiose, ora da differenze ideologiche.

La guerra invade e pervade i libri di storia. E quando si parla di pace, è come parlare della tregua tra due guerre, un’attesa, un intervallo che deve essere chiuso da nuovi scontri, da nuovi spargimenti di sangue, da nuovi massacri che sposteranno i confini, elimineranno migliaia di uomini e causeranno materia per successive contese. Questo perché la guerra è stata assunta sempre come il senso forte della politica perché sanziona il sopravvento del mutamento rispetto alla continuità, del processo rispetto alla quiete.

Nell’epica antica, i due grandi poemi omerici raccontano della guerra, o meglio dell’assedio di Troia, e della pace, o meglio del ritorno dei guerrieri nelle loro patrie. L’Iliade «ci costringe a ricordare qualcosa di fastidioso ma inesorabilmente vero: per millenni la guerra è stata, per gli uomini, la circostanza in cui l’intensità – la bellezza – della vita si sprigionava in tutta la sua potenza e verità»1.Ma anche l’Odissea è una storia di guerra, tra Ulisse, l’uomo, e i suoi nemici, che ora appaiono come mostri e divinità, ora assumono le sembianze umane, ma bestiali, dei principi pretendenti di Penelope.

Nell’epica moderna, il romanzo di Tolstoj racconta le guerre napoleoniche dal lato della Russia e descrive la pace come il necessario interregno tra le follie militari dell’imperatore francese. Non mancano definizioni realistiche ed agghiaccianti della guerra, il cui scopo «è l’omicidio, gli strumenti della guerra sono lo spionaggio, il tradimento, si incoraggia il tradimento, si mandano in rovina le popolazioni, saccheggiandole, o rapinandole per approvvigionare l’armata; e poi l’inganno e la menzogna, che chiamano astuzie di guerra»2.

Ma la guerra non può fare a meno della pace, perché nella pace la guerra trova la sua provvisoria quiete e la sua stessa definizione in absentia.

Guerra e pace hanno da sempre ispirato la riflessione filosofica e la creazione artistica.

A partire dal celebre frammento di Eraclito secondo cui Polemos sarebbe il padre di tutte le cose, che divinizza gli uni e lascia solo umani gli altri, che alcuni asservisce ed altri libera3, il conflitto è sempre stato oggetto di meditazioni e pensieri, quasi un discrimine teorico per contraddistinguere i pacifisti utopici dai guerrafondai più o meno dichiarati. La guerra santa o provvidenziale del Medioevo, la guerra come moderno strumento di governo, giusta o comunque giustificabile, e ultimamente addirittura la guerra umanitaria intesa ad “esportare” la democrazia è stata spesso il luogo teorico al quale si sono affilate le armi concettuali. Il Kant del 1795, con il suo saggio Per la pace perpetua, era per esempio certamente intriso di ideali illuministi e di vagheggiamenti che ancora adesso sembrano visionari, ma anche di ironie disincantate sulle prospettive altrimenti cimiteriali con cui la fine del Settecento si trovava già confrontata nelle sue tregue armate. La vulgata di Hegel ha santificato soprattutto la dialettica del signore e del servo nel celebre quarto capitolo della Fenomenologia dello spirito – disconoscendo peraltro che nella lotta a morte tra le autocoscienze erano in gioco innanzitutto modelli logico-metafisici, più che ipotesi di filosofia della storia o addirittura di antropologia razionale –, e ha invece in genere colpevolmente sorvolato sulla giustificazione della guerra come igiene civile, capace di preservare «i popoli dalla putredine cui sarebbero ridotti da una pace duratura»(Lineamenti di filosofia del diritto, § 324 ann.). Per Schmitt è notoriamente la distinzione tra amico e nemico a rappresentare la vera condizione della politica, come peraltro il Novecento europeo ha dovuto tragicamente constatare. Quei tradimenti mitici, che sembrano necessari ad ogni inaugurazione epocale e che intanto assicurano solo devastazioni, continuano a restare anche nel suicidio dell’Europa contemporanea quelli di Caino e Abele, di Romolo e Remo, di Eteocle e Polinice nel fratricidio generalizzato che resta l’emblema della pace impossibile.

La pittura e oggi con maggior frequenza la fotografia e il cinema hanno usato la guerra come tema, un tema facile da gestire nella sua crudezza e immediatezza, meno facile se visto nel suo essere la morte della ragione. Se si pensa alla pompeiana Battaglia di Isso, ispirata dal misterioso maestro Apelle, e molti secoli dopo agli eserciti e alle retrovie dipinte con empatico realismo da Giovanni Fattori, la guerra risulta descritta, delimitata e illustrata dalla creazione artistica con incomparabile precisione. Eppure, forse nessuno come Francisco Goya, nelle sue incisioni senza colore, ha saputo urlarci addosso l’orrore della guerra.

Viceversa la pace ha meno ispirato scrittori, filosofi e artisti visivi, forse perché sentiamo più l’assenza della guerra che l’effettiva presenza della pace, forse perché la riflessione e la creazione si nutrono di fatti, di eventi e di comportamenti estremi. Naturalmente ci sono eccezioni, a partire da quanto converge e si accumula nella fede cristiana in una pace perenne; l’amore e i sentimenti che legano gli uomini non sono altro, in fondo, che manifestazioni autentiche di pace. 

 

Il mosaico pompeiano, probabile copia di un quadro di Apelle,
mostra la battaglia di Isso tra Alessandro e Dario III (dettaglio).

 

 

Uno degli orrori della guerra secondo la visione di Francisco Goya.

 

 

La battaglia di Magenta vista nelle retrovie da Giovanni Fattori (dettaglio).

 

Sepoltura dei morti nel cimitero Volkovo di Stalingrado, in una foto di Boris Kudoyarov

 

L’Europa – con l’esclusione dei Balcani – da oltre settant’anni conosce un’epoca di pace interna, probabilmente imprevista e imprevedibile al termine della Seconda Guerra Mondiale. Francia e Germania, perennemente in guerra tra Ottocento e Novecento, appartengono oggi a una stessa coalizione, a una stessa comunità; l’Italia, per tutto l’Ottocento e nella Grande Guerra in guerra con l’Austria, oggi condivide moneta e passaporto con quel che resta dell’impero viennese; la Polonia, dopo secolari guerre con la Germania e dopo la sudditanza sovietica, oggi fa parte dell’Europa come i vicini tedeschi. E ovviamente si può continuare nell’enumerazione, se si guarda al presente come una lunga epoca di non-guerra, ovvero di pace.

In Italia gli ultimi pochissimi reduci della Seconda Guerra Mondiale hanno ormai superato i novant’anni, e quasi tutta la popolazione non sa davvero più che cosa sia la guerra, neppure quei soldati che la combattono altrove, in operazioni militari che solo brevemente degenerano in autentici conflitti. Può anche aver senso ricordare le mille piccole guerre che dagli anni Cinquanta ad oggi hanno comunque sconvolto molte nazioni e hanno visto l’Europa assistere o in qualche caso partecipare blandamente, ma nulla eguaglia l’orrore della guerra in casa, della guerra che elimina e divora la vita.

Che cos’è quindi la guerra al tempo della pace? Un fantasma? Una minaccia che ormai non ci spaventa, neanche nei focolai che di tanto in tanto si accendono riattizzando la conflittualità sociale, riaprendo le ferite di un passato rimosso, segnalando le difficoltà e gli intoppi della politica internazionale, amplificando le ingiustizie della globalizzazione? Il pianeta è infestato dai fantasmi della guerra o, come suggerisce l’attuale pontefice, dalla «terza guerra mondiale a pezzi» con epicentro, il Medio Oriente. Esiste ancora la soluzione della «guerra sola igiene del mondo»4 come scriveva Marinetti nel 1909, o è diventata fortunatamente solo un ricordo? O ancora, come ci ricorda Foucault, la guerra rimane l’«elemento permanente dei rapporti sociali, come trama e segreto delle istituzioni e dei sistemi di sapere»?5

È indubbio che la condizione di guerra permanente che caratterizza il nuovo millennio – esemplificata prima dall’attacco di Al Qaida alle Torri gemelle, l’11 settembre 2001, e poi da quello dello Stato islamico contro l’intero Occidente – impone un ripensamento delle categorie analitiche, sempre meno efficaci a spiegare ad esempio il carattere di indistinzione tra guerra e pace, la sincronia tra azioni armate e missioni di pacificazione, la convivenza sottile tra normalità e violenza, o tra conflitto e narrazione. Spesso i governi sentono l’esigenza di creare consenso per le azioni militari e questo comporta criteri innovativi di gestione della comunicazione, di controllo dei flussi informativi, ma anche di gestione delle guerre in termini di public relations nel senso che le guerre contemporanee devono essere vendute all’opinione pubblica, in modo da stabilire con esse un forte legame emotivo. Non a caso il trauma dell’11 settembre ha provocato inevitabilmente un ground zero nel nostro quotidiano e la fine dell’illusione di un nuovo ordine mondiale. «Ciò significa che, per un verso, la profonda disfunzionalità del terrorismo mediatico al suo apice si valuta a pieno pensando all’11 settembre come momento di implosione della videosfera occidentale, cioè come profonda crisi del dispositivo vigente di rappresentazione del mondo»6. In altri termini, i media che raccontano la guerra al tempo di pace fanno assurgere lo scenario bellico ad un protagonismo decisivo, indispensabile alla gestione delle emozioni e al controllo del consenso della pubblica opinione.

Questo numero di Azioni Parallele mira ad esplorare senza barriere gli innumerevoli profili della guerra infinita, non eludendo l’interrogativo di fondo: se la natura animale dell’uomo, che cerca sicuramente una vita sociale, tenda anche ad un conflitto perenne con le tribù vicine, con gli altri, o viceversa se la nostra inclinazione genetica ci voglia universalmente fraterni, ragionevoli e, di conseguenza, pacifici.

 

Note

1 A. Baricco, Rileggere l’Iliade ai tempi della guerra, in «La Repubblica», 14 settembre 2004.

2 È l’alter ego di Tolstoj, il principe Andrej Bolkonskij, a esprimersi così nel XXIII capitolo di Guerra e Pace.

3 Πόλεμος πάντων μὲν πατήρ ἐστι, πάντων δὲ βασιλεύς, καὶ τοὺς μὲν θεοὺς ἔδειξε τοὺς δὲ ἀνθρώπους, τοὺς μὲν δούλους ἐποίησε τοὺς δὲ ἐλευθέρους. Diels-Kranz, frammento B 53.

4 F.T. Marinetti, Manifesto del Futurismo, in «La Gazzetta dell’Emilia», 5 febbraio 1909.

5 M. Foucault, Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 1998, p. 98.

6 A. Scurati, La guerra come rappresentazione rassicurante, in V. Mathieu (a cura di), Conflitto e narrazione. Omero, i mass media e il racconto della guerra, Bologna, il Mulino, 2006, p. 40.