Azioni Parallele

NUMERO 4 - 2017
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Elias Canetti a Marrakech

 

 

Sulle tracce delle nostre radici

 La storia del Mediterraneo non è soltanto la storia di un mare, teatro di traffici millenari e luogo di racconti ed epopee, ma è anche un insieme di note, di voci silenziose che si sprigionano dalle sue coste, dalle sue acque e dalle sue terre. Note, voci, suoni, anteriori al linguaggio, palpitano prima di ogni grammatica o di ogni significato. Che cos’è una voce se non l’evento sonoro che trascende la parola e travalica ogni materialità di significato vibrando in un flusso indistinto di suoni. Per raccontare una città bisogna partire dalle voci perché ne sono il respiro e ne contengono l’anima. Nel 1954 lo scrittore di origine bulgara e premio Nobel per la letteratura nel 1981, Elias Canetti soggiornò per un lungo periodo a Marrakech, città marocchina, città araba, città mediterranea, città di voci e di suoni, nata secoli fa come un punto di incontro tra le rotte delle carovane che arrivavano dal deserto, una città popolata dai mercanti di cammelli, dalle donne velate e affascinanti, dai mendicanti, dai saltimbanchi, dai venditori e dai cantastorie. Lo scrittore si mette in ascolto delle voci che nelle strade di Marrakech individua una ad una, restituendo a ognuna la propria storia, offrendo una materia interessante per un breviario mediterraneo. Il titolo del diario, pubblicato solo nel 1968, suggerisce una strategia espressiva, capace di penetrare una realtà diversa, cioè preesistente ai dualismi del mondo occidentale; alcuni titoli dei capitoli, Le grida dei ciechi, La saliva del marabutto, Casa silenziosa e tetti deserti, La donna alla grata, Visita nella Mellah, Cantastorie e scrivani, sono altrettanti segnavia di un percorso che esplora contorni e profili sottilissimi della civiltà mediterranea nelle sue piegle più nascoste. Prima ancora dei luoghi, il viaggio canettiano racconta voci, estrae essenze di una lingua pura che è memoria e trasmissione tra passato e presente, tra mito e realtà, tra prossimità e distanza. Solo chi viene da fuori può ascoltare queste voci in un movimento di lontananza e vicinanza.

Sarà per la lingua, che là non capivo e che ora, a poco a poco, deve tradursi in me? Si trattò di avvenimenti, immagini, suoni, il cui senso si formò allora, ma che non furono percepiti né definiti per mezzo delle parole; stanno al di là delle parole, e sono più profondi e più ambigui delle parole.1

Uno dei primi capitoli del diario è la descrizione dei suk, i caratteristici mercati arabi dove c’è «aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori. L’odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci. Non esistono nomi, né insegne, e neppure vetrine. Tutto ciò che si vende è in esposizione»2. Vi si contano migliaia di artigiani marocchini organizzati in quaranta corporazioni, con propri regolamenti e dirette da un responsabile chiamato Amin. Ogni attività artigianale o merceologica ha la propria strada: c’è il suk delle babbucce, quello del cuoio, dell’ottone, dei gioiellieri, dei tintori, dei fabbri. I suk sono coperti da tettoie e tra i mercanti di tappeti, «alcuni che stanno sotto grandi volte spaziose»3 attraggono il visitatore che è invitato con grande insistenza ad entrare. Tutti gli stanzini e le botteghe – venti o trenta o anche più – sono vicinissimi l’uno all’altro. Accanto alle botteghe dove si espone solo la merce, ce ne sono altre dove si possono osservare i processi di lavorazione. Il passante che cammina all’esterno non trova niente che lo separi dalla merce.

Sono botteghe straripanti di merci eccedenti, esibite nello spazio antistante dentro ceste, sospese ad aste sporgenti o poste direttamente a terra. Accade così che il vicolo si restringa a tal punto da non poterci passare più di una persona alla volta. Nella maggior parte dei casi la merce non si distingue da un commerciante all’altro e sarà, quindi, arduo capire presso quale bottega fermarsi. Nel suk centrale a ridosso della Piazza Djemaa el-Fnaa sono in vendita oggetti provenienti dall’India o dalla Cina che nulla hanno a che fare con prodotti artigianali marocchini.

Tutto ciò che si vende è in esposizione […]. Si trova di tutto, ma sempre in un gran numero di esemplari […]. Non tutti sono belli, sempre di più si intrufola tra loro robaccia di dubbia provenienza, fatta a macchina ed importata dalle regioni del Nord.4

Nel Suk dei tintori, le matasse colorate di lana, seta e cotone, appese ad asciugare, su lunghe aste, fuori dalle piccole botteghe, offrono uno spettacolo variopinto: si passa dal rosso al verde, dal blu al giallo in una moltitudine di colori e variazioni cromatiche: in grandi e caratteristiche marmitte nere si fa bollire il pigmento nel quale saranno immersi i filati da colorare. Domina un odore sgradevole dovuto all’uso di prodotti chimici e alle scarse condizioni igieniche. Il rumore si sente ancora prima di arrivarvi e quando vi si entra, sembra di esser tornati nel medioevo: uomini e ragazzi seduti per terra, senza guanti e a volte scalzi, colpiscono con martelli il metallo da plasmare posto sull’incudine. Il venditore conosce il valore dell’oggetto ma vuole capire, attraverso la vostra offerta, qual è il grado del vostro interesse. La trattativa si svolge, se sarete fortunati, davanti ad un buon thè alla menta.

Non si sa mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi […]. Nei suk invece il prezzo che viene detto per primo è un enigma inafferrabile.5

Questa ostentazione del produrre e del vendere colpisce lo scrittore che vi ravvisa un lato affascinante e misterioso dell’economia araba. Il dedalo dei suk e l’atmosfera del bazar sono la rappresentazione più immediata della città arabo-musulmana. La loro intensa attività, l’abbondanza delle merci, il viavai dei passanti hanno simboleggiato per molti osservatori europei il sano disordine di un agglomerato urbano coi suoi movimenti centrifughi e centripeti.Questi luoghi di commercio, di artigianato e di servizi erano in realtà perfettamente organizzati, gerarchizzati e gestiti e costituivano poli che strutturavano fortemente l’assetto urbanistico-architettonico della città araba rispetto al modello della città romana. Non è la piazza pubblica il centro ma il suk, il quartiere che ospita il mercato o il bazar. Lo scrittore con esattezza antropologica registra le dinamiche sociali e comunitarie che si creano spontaneamente intorno al mercato, che non è solo compravendita di merci ma luogo aggregante di vita sociale e di comunicazione linguistica. Suoni, lingue, dialetti pullulano nei bazar. Suoni che vibrano ed evocano antichi misteri, segrete corde che formano invisibili fili di parole intraducibili. Che cos’è una lingua? Che cosa nasconde? Che cosa ci sottrae? Canetti spinge la sua riflessione sulla lingua che, in un serto senso, è al di là del linguaggio come sequenza di sintagmi o discorsi. A riprova di ciò, egli riporta due episodi, un suo doppio incontro, prima coi ciechi, poi con il marabutto. I ciechi che mendicano in piazza gridando eternamente il nome di Allah, unica parola araba familiare, conducono lo scrittore a riflettere sul significato dei suoni «mille volte più impressionanti di quelli visivi». Le grida dei ciechi contengono il nome di Allah in forme mutevoli ripetuto diecimila volte al giorno. Grida che alludono e dicono una forma di lingua con cui i ciechi si tengono in vita più che con l’elemosina.

Ma il grido è anche una moltiplicazione; il suo ripetersi rapido e regolare fa di quell’uomo un gruppo. C’è, nel suo chiedere, un’energia speciale: egli chiede per molti e intasca per tutti.6

Nel capitolo successivo, La saliva del marabutto, Canetti incontra un mendicante marabutto7, una specie di santone intento ad assaggiare le monete che riceve dai passanti. Nonostante l’immensa tentazione di liquidare il fatto in una “nota esotica”, l’autore percepisce che si tratta, invece, di una forma di linguaggio che il vecchio santone pratica per benedire i donatori8. La voce del marabutto diventa la dimora naturale della lingua come lo è anche la città che esprime una sua voce, lasciando stupefatto e in solitudine il visitatore straniero «quando la confusione delle voci nuove e incomprensibili diventa troppo grande»9. I minareti, i vicoli, i cortili, i tetti delle case ove «si svolgono le manovre di un’intera popolazione di rondini»10 sono forme linguistiche che si prolungano fino ad includere la dimensione dell’udito. Tra tetti deserti e case silenziose, Canetti legge il profilo della città araba in chiave favolistica.

Qui, pensavo, vedrò delle donne come nelle favole, da qui potrò guardare nei cortili delle case vicine e ascoltare di nascosto il loro affaccendarsi.11

Nel capitolo La donna della grata, la ricerca del linguaggio e l’esperienza mistica tendono a fondersi, allorquando Canetti vede una sconosciuta marocchina, la quale s’affaccia dalla finestra della propria casa e gli rivolge la parola: «Disse molte frasi che scorrevano leggere, e ognuna di quelle frasi era fatta di parole carezzevoli»12. Lo scrittore, preso dal fascino del volto senza velo e soprattutto dall’effetto sonoro proveniente dalla finestra, prova una sensazione di carattere mistico, quasi religioso. Egli descrive quella donna come «un miracolo, un’apparizione, e sei propenso a considerarla più importante di tutto ciò che pure varrebbe la pena di essere visto in questa città»13. L’universo femminile conferisce a Marrakech una dimensione favolistica da Mille e una notte; l’anima della città si incarna nell’ovale «di quel volto, vicinissimo alla grata, e le labbra che si muovevano in parole di tenerezza»14. L’intensità del desiderio, provocato dello scambio degli sguardi, proviene dal divieto di guardare la donna e il gioco degli occhi sostituisce il contatto fisico. La donna della grata appare allo scrittore e al lettore come una specie di Sherazade restituita alla irrisolta convivenza fra tradizione e modernità che caratterizza la condizione della donna nei paesi arabi. Lo scontro fra tradizione e modernità nella Marrakech di Canetti rompe l’armonia del filone orientalistico anticipando di decenni le analisi raffinate e complesse di Edward Said nella sua celebre opera del 1978, Orientalismo15. L’elemento fondante dell’immaginario collettivo occidentale è il fiabesco dell’Oriente lontano e misterioso, il luogo per antonomasia dell’Altro. I confini geografici rafforzano quelli sociali, etnici e culturali, confini arbitrari, certo, ma che si scontrano con quelli a noi familiari, visto che si tratta di una geografia immaginaria che si è imposta grazie al dominio intellettuale e politico dell’Occidente.

Canetti dedica poi un capitolo ai Cantastorie e scrivani per sviluppare una riflessione metaletteraria che mette a confronto la letteratura scritta e la tradizione orale. Appartenente alla prima categoria, lo scrittore bulgaro non solo ammette la superiorità dei cantastorie: «mi apparvero come fratelli maggiori e migliori di me»16, ma addirittura prova disprezzo per chi vive di letteratura, «protetto da tavoli, porte e carta». Lo scrittore considera i cantastorie come fratelli maggiori e rappresentano quell’elemento estetico-stilistico che meglio garantisce la stretta relazione tra il passato e la modernità. Non a caso Canetti li vede come «un’enclave di vita antica, di vita intatta»17, come se fossero degli aedi omerici, dei cantori medievali. Chi è votato alla scrittura e al suo supporto che è la carta è «protetto da tavoli e porte, vive come un vile sognatore mentre i cantastorie vivono nel trambusto del mercato, in mezzo a cento volti estranei che cambiano ogni giorno, senza il peso di un sapere freddo e superfluo, senza libri, senza ambizione e vana rispettabilità»18. Tali sono gli scrivani, «seduti in silenzio, uomini piccoli e fragili con l’occorrente per scrivere […] più modesti […] stavano accucciati per terra»19. Le voci dei cantastorie si intrecciano con altre voci da Marrakech formando una trama acustica inedita ed impenetrabile per l’udito dei viaggiatori stranieri. Nella tradizione orale, tutto è preso e viene alla luce nella ripetizione, nello stare insieme, nella parola comune. Tale esperienza si ripete quando lo scrittore si inoltra nel quartiere ebraico della Mellah, quasi a ritrovare le remote radici sefardite dei suoi antenati.

Camminavo più lentamente che potevo osservando quei volti. La loro varietà era stupefacente. C’erano volti che, in abiti diversi, avrei preso per arabi. C’erano i vecchi ebrei luminosi di Rembrandt […]. C’erano gli “eterni ebrei”, su tutta la figura era scritta la loro irrequietezza.20

La minoranza ebraica nel Marocco pre-coloniale e postcoloniale gode di piena libertà al pari degli arabi-musulmani. Nei secoli arabi, berberi, ebrei, europei ed africani subsahariani hanno sempre convissuto. C’è una percezione avvertita nello sguardo di Canetti di un legame tra gli ebrei del Marocco e quelli della Spagna, i suoi lontani antenati. L’ebreo è sempre errante, è sempre in cammino nel deserto, perché l’ebraismo non è una religione dell’immagine ma della voce e dell’ascolto. Nella Mellah, gli sembra di essere altrove, di aver raggiunto la meta del suo viaggio: «Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me»21. Il quartiere ebraico gli appare, inoltre, come un mosso quadro multietnico per la varia umanità scrutata sin nei minimi dettagli.

Comunque avevano tutti qualcosa in comune, e appena mi fui abituato alla grande varietà dei loro volti e delle loro espressioni, cercai di scoprire in che cosa realmente consistesse questo tratto comune. Avevano una speciale rapidità nell’alzare lo sguardo e nel farsi un’opinione sulla persona che camminava davanti a loro. Non una sola volta mi capitò di passare inosservato.22

Anche la descrizione del cimitero ebraico è molto canettiana nei toni e nei contenuti, poiché si presenta come «la verità stessa, un lunare paesaggio di morte […]. È il deserto degli uomini morti, sul quale non cresce più nulla, l’ultimo estremo deserto»23. Il culto dei morti, il deserto, la voce divina, i mendicanti che appaiono deformi, sporchi e malati ritessono il sentimento messianico dell’Autore. Temi che ritorneranno in Massa e potere, il capolavoro dello scrittore pubblicato qualche anno dopo, nel 196024 e già evocati all’inizio de Le voci nell’incontro con i cammelli mandati come carne da macello, verso il mattatoio e la morte.

Ma è l’intera architettura del reportage ad aprire nuovi orizzonti di stile e di costruzione per la composizione del libro sulla massa e sul potere. Nel penultimo capitolo intitolato Shahrazad, nome che rievoca i racconti de Le mille e una notte, che pure fu il primo libro di Canetti, de Le voci Canetti si riferisce semplicemente ad un locale francese nella città vecchia di Marrakech, «un piccolo bar francese […], l’unico locale della Medina che rimaneva aperto tutta la notte […] un luogo di incontri in cui tutti attaccavano discorso con tutti. La padrona che lo gestiva era nata a Shanghai da padre francese e madre cinese»25, aveva sposato Monsieur Mignon, un tipo un po’ buffo, poco collaborativo e di scarso aiuto nel bar, ma a cui piaceva molto chiacchierare anche sui matti di Marrakech. Madame Mignon aveva un’amica, Ginette, una giovane molto agghindata che non era mai uscita dal Marocco, nata da madre italiana e da padre inglese. Canetti osserva, scruta nel locale volti, gesti, ascolta voci, suoni, dialetti come in una sorta di affresco antropologico che si prolunga all’ora del crepuscolo quando «mi recavo nella grande piazza centrale della città, e non vi cercavo i suoi mille colori e la sua vivacità, a me ben familiari, cercavo un piccolo fagotto scuro per terra, che non era fatto neppure di una voce, ma di un unico suono […]. Era il più immutabile suono della Djema el Fna, un suono che rimaneva sempre uguale nel corso di tutta una sera, e da una sera all’altra»26. Nomi misteriosi che colgono nel segno la sensibilità di Canetti: “Djema”, infatti, significa “moschea”, ma anche più semplicemente, “raduno”; quanto, invece, al termine “Fna”, questo può riferirsi al concetto della “morte” (è, quindi, il posto dove si svolgono le pubbliche esecuzioni), alla “distruzione”, oppure ad un “cortile esterno” (un largo spiazzo fuori dalla moschea). Negli anfratti di questa città, Canetti, dopo il contatto con gli altri, sente il bisogno di silenzio e di isolamento, sente la nostalgia dei suoi avi, il profumo della terra promessa che lo riempie di un calore «che è il calore della vita che sento in me stesso»27. È in questo scenario multicolore fatto di volti, colori della pelle e lingue che lo scrittore indaga i fasci di luce mediterranea che filtra dalle tettoie delle case fatte d’incannucciata, e si rifrange in rivoli misteriosi lungo le strade e lungo i vicoli del borgo storico di Marrakech. Le botteghe, di varie forme e dimensioni, si susseguono a decine su entrambi i lati dei vicoli e si trovano attaccate le une alle altre, senza soluzione di continuità. Nel capitolo conclusivo, L’invisibile, lo scrittore nota un mendicante che si esprime soltanto con un lungo “a-a-a-a-a”, lo scrittore termina il suo viaggio a Marrakech con queste parole:

Forse non aveva la lingua per formare la “l” di “Allah”, e il nome di Dio si accorciava per lui in “a-a-a-a-a”. Ma era vivo, ed emetteva il suo unico suono con uno zelo e una costanza senza pari, lo emetteva per ore e ore fino a quando, nella piazza immensa, non restava che un unico suono, il suono che sopravviveva a tutti gli altri suoni.28

Sostando sulle molte pagine del libro, l’impressione ultima è che questo viaggio non sia solo una risalita alle origini di Canetti (all’Oriente, alla Bulgaria, alla Turchia) ma anche una risalita alle nostre radici, che la cultura mediterranea ci restituisce in frammenti che si dilatano e si restringono come le onde del mare.

 

 

Note con rimando automatico al testo

1 E. Canetti, Le voci di Marrakech, trad. it. di B. Nacci, Milano, Adelphi, 2015, p. 27.

2 Ivi, p. 21.

3 Ibidem.

4 Ivi, pp. 21-23.

5 Ivi, pp. 24-25.

6 Ivi, p. 29.

7 Cfr. http:// http://www.treccani.it/enciclopedia/marabutto_%28Enciclopedia-Italiana%29/: «Marabutto (fr. marabout; sp. morabito). – Vocabolo penetrato sin dagl’inizî del sec. XIX nella letteratura di viaggi e divulgatosi nell’uso corrente europeo dell’Africa settentrionale a occidente dell’Egitto per designare i santi musulmani viventi o defunti, detti anche santoni, e inoltre i mausolei molto semplici ove sono sepolti. Quest’uso europeo non coincide esattamente con quello del vocabolo murābiṭ (nei dialetti arabi dell’Africa settentrionale mrābet, mrāboṭ, al plur. mrābṭīn) presso gl’indigeni di quei paesi, i quali con esso non intendono il mausoleo (detto invece per lo più qubbah) e nemmeno tutte le categorie di santi, ma soltanto quelli che non siano sceriffi (cioè non discendano da Maometto attraverso sua figlia Fātimah ed il marito di lei ‛Alī) né semplici idioti (bahlūl), e la cui barakah (v.) o virtù benefica si estenda alle cose di loro proprietà e si trasmetta alla loro concetto popolare, soprattutto marocchino, la santità non si fonda su manifestazioni di virtù nel senso religioso cristiano, ma sul fatto di produrre grazie miracolose, di carattere materiale tangibile, a favore di coloro che si rivolgono al santo e vengono con lui a contatto; nel santo vengono tollerati atti assolutamente riprovevoli, ritenuti fonte di benedizione per chi ne è vittima, anziché motivo di scandalo e di obbrobrio; credenze popolari queste, che hanno la loro radice nell’elemento berbero del Marocco e sono in contrasto con le stesse dottrine musulmane. Il fenomeno del marabuttismo prese un enorme sviluppo a partire dal secolo XIV, e dal Marocco si estese a tutta l'Africa settentrionale sino alla Marmarica ed esercitò un profondo influsso sulla vita religiosa, sociale e politica e sulla stessa toponomastica; nell’anarchia in cui gran parte del Maghreb o Barberia viveva, molte volte i marabutti stabili o erranti furono giudici ascoltati, pacificatori di tribù in lotta, garanti della sicurezza delle carovane da loro accompagnate, islamizzatori di popolazioni barbare, centro di nuovi aggregati politico-sociali (tribù marabuttiche) considerate depositarie di parte della barakah del marabutto e quindi tenute in alta considerazione. In altri casi i marabutti furono pericolosi agitatori politici contro sovrani tirannici e contro gl’infedeli invasori».Voce enciclopedica di Carlo Alfonso Nallino.

8 E. Canetti, Le voci di Marrakech, cit., pp. 34-35.

9 Ivi, p. 39.

10 Ivi, p. 40.

11 Ivi, p. 41.

12 Ivi, p. 43.

13 Ivi, p. 45.

14 Ivi, p. 44.

15 E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente,trad. it. di S. Galli, Milano, Feltrinelli, 2001.

16 E. Canetti, Le voci di Marrakech, cit., p. 95.

17 Ibidem.

18 Ibidem.

19 Ivi, pp. 95-96.

20 Ivi, p. 52.

21 Ivi, p. 57.

22 Ivi, p. 52.

23 Ivi, p. 62.

24 Cfr. Y. Ishaghpour, Elias Canetti. Metamorfosi e identità, a cura di A. Borsari, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, pp. 143-155. L’autore, nel settimo capitolo del suo saggio dedicato a Le Voci di Marrakech, coglie una linea di continuità tra il reportage del viaggio in Marocco, pubblicato solo nel 1968, e Massa e potere, che è del 1960.

25 E. Canetti, Le voci di Marrakech, cit., p. 112.

26 Ivi, p. 123.

27 Ivi, p. 57.

28 Ivi, p. 126.