Azioni Parallele

NUMERO 4 - 2017
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Nicolás González Varela, Heidegger. Nazismo y política del ser

 

 

 

 

Nicolás González Varela

Heidegger. Nazismo y política del ser

prol. di S. López Arnal

 

 

Vilassar de Dat (Barcelona), Montesinos,
2017, pp. 480, € 32.

 

 

 

 

 

Il lettore italiano purtroppo non conosce Nicolás González Varela e mi auguro che presto possa leggere sia questo ottimo libro su Heidegger, sia il precedente Nietzsche e la democrácia, anch’esso un ottimo libro. A rendere ottimi i libri di Varela è il suo metodo rigoroso, fatto di un commento capillare dei testi. È il metodo del commento riga per riga che si usava un tempo nella filosofia medievale per interpretare i testi greci o dei Padri o Dottori della Chiesa. So che Varela non ha imparato questo metodo in seminario, ma dovunque l’abbia imparato lo usa sapientemente e la lettura dei suoi libri è una fonte inesauribile di informazioni e di riflessioni. Se poi si tiene conto dello stile scorrevole del suo spagnolo, allora la lettura diventa affascinante e interessante.

A rendere affascinante la lettura è anche l’argomento, ovviamente. Heidegger e il nazismo è un tema che attira lettori, non soltanto accademici o professionali, da almeno trent’anni, a partire dalla pubblicazione del libro di Victor Farias - altro latinoamericano -, Heidegger e il nazismo. Farias è cileno, Varela argentino. Questo a dimostrazione che ormai la filosofia non è più europea, ma globale, naturalmente visto l’argomento la conoscenza del tedesco è scontata. A differenza del libro di Farias, il libro di Varela è più costruito sull’analisi del pensiero di Heidegger e delle sue radici völkisch, cioè non è soltanto informativo ma anche teoretico, in quanto «si tratta di applicare allo stesso Heidegger, al suo domandare, il Metodo filosofico heideggeriano: poiché il Methode, che non è altro per Heidegger che “il modo del suo domandare”, non fu in nessun momento una Tecnica rigida bensì si andava sviluppandosi nella misura in cui avanzava in direzione dell’Essere» (p. 44). Naturalmente Varela dà per scontata la conoscenza del libro di Farias per affondare nell’analisi del pensiero heideggeriano.

Innanzitutto Volk in tedesco non è soltanto “popolo”, ma anche “nazione” e soprattutto “nazione tedesca”. Per essere chiari: un tedesco parlando degli italiani li definirebbe un Volk, ma parlando dei tedeschi questo Volk assume significati più profondi e più fondativi che non riconoscerebbe – a ragione - negli italiani. La differenza più rilevante sarebbe la grande multiformità linguistica e culturale degli italiani, rispetto alla maggiore omogeneità tedesca. Insomma Volk è una radice, un fondamento. I rapporti tra Heidegger e il nazismo devono essere compresi a partire dalla comprensione della grande tragedia tedesca che fu la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale. Fu sconfitto un progetto di civilizzazione che puntava a instaurare la propria egemonia economica, politica, culturale e sociale sull’Europa. Armi di affermazione egemonica di questo progetto, oltre all’economia, erano la musica e la filosofia. Heidegger si sentiva parte integrante del tentativo di egemonizzare la cultura filosofica e politica dell’Europa. La sconfitta della Germania guglielmina non annichilò questo progetto, che rimase presente, sotto traccia, nella società tedesca, accrescendosi dell’ostilità anti-comunista in politica e anti-marxista in filosofia.

Da qui prende le mosse l’analisi di González Varela, che divide in tre periodi il progetto politico heideggeriano: 1) 1923-1929 politica conservatrice fenomenologica, dominata da Aristotele e da concetti quali doxa, pathos, ethos, logos; 2) 1929-1935 politica völkisch-metaontologicadominata da Platone e da concetti quali Führer, Volk, Stato-educativo, Guardiani-filosofi –ruolo che spetta ai filosofi che educheranno i futuri leader; 3) 1936-1943, politica arcaico-escatologica-poetica, dominata da Hölderlin e Sofocle e da concetti quali polemos, pensatore-poeta, Führer come creatore-politico (cfr. p. 45). Per quest’ultimo periodo si ricordi che per Heidegger la politica aveva origine nel poetare (Hölderlin) e nel pensare (Nietzsche) (cfr. p. 288). Dunque Heidegger prima si avvicina a quella che è stata definita “Rivoluzione conservatrice”, per radicalizzare sempre più le sue prese di posizione politiche, fino alla completa adesione al nazismo, al Führerprinzip. Disprezzando la volgare ideologia nazista, Heidegger costruì una propria concezione del nazismo, in sintonia, come González Varela dimostra, con tutta la sua filosofia, che è praticamente imperniata da una lenta e costante politicizzazione a partire da Essere e tempo e dal concetto di Cura e di Storicità, di Seinsgeschichte (Storia dell’essere). Heidegger, quindi, fonda nuovi concetti politici, fuori e contro la tradizione politica esistente, nel tentativo di dare un nuovo inizio alla filosofia, dopo l’inizio dato dagli antichi greci. Ricordo al lettore che “inizio” in greco è arché, che significa anche “dominio” e il dominio è l’aspetto più tipico dell’Occidente. Quindi, secondo me, Heidegger voleva rinnovare una tradizione antica, originaria, della filosofia, quello del dominio sull’Altro, in tal modo riprendendo la concezione politica nietzscheana.

Ritorno a González Varela: «La Cura o Accuratezza è è qui tutto, il tratto primordiale della condizione dell’Uomo, Temporalità vissuta» (p. 241). La Cura è una forma di Ur-praxis, di azione originaria, è il terreno ove si possa sviluppare una concezione del mondo propria del Da-sein, dell’esserci. Aggiungo io: Sorge è in tedesco la traduzione dell’inglese “uneasiness”, termine caro a Locke, che indicava l’inquietudine, lo stato d’animo che spinge l’uomo moderno a uscire fuori di sé, a cercare fuori di sé ciò che gli manca. Ecco, secondo me, il senso di “azione originaria”, di completezza da raggiungere nell’azione. È una questione sostanzialmente pratica, anche se, come ricorda González Varela: «Heidegger non tralasciò in nessun modo la questione pratica, bensì tentò di pensarla in una maniera nuova, radicale, di rottura con la tradizione, anche nei suoi termini più classici» (p. 18); e poi richiama subito al fatto che in Heidegger «la Teoria è una privazione, una carenza, un deficit e una insufficienza di praxis» (p. 258). Quindi il completamento dell’uomo è nel pensiero o nel poetare, come prima si è visto.

Il Da-sein (esserci) è un altro concetto fondamentale della concezione politica di Heidegger: l’essere qui, in uno spazio presente, anche di fronte al pensiero, un’occupazione di suolo e di spazio teorico, un essere nel mondo (In-der-Welt-sein), e in quanto essere nel mondo è un Mit-sein o Mit-Da-sein un essere con gli altri. Questi sono gli elementi fondamentali che compongono per Heidegger l’essere politico dell’uomo e si nota quanto l’ontologia abbia, nel suo pensiero, un ruolo innanzitutto politico. L’intenzione di Heidegger è di riportare la politica alla sua realtà originaria esistenziale, alla relazione autentica con l’Essere. González Varela nota una contraddizione in questa concezione heideggeriana della politica: la politica è, da un lato, radicata nella storia, nel esserci di un popolo, ma allo stesso tempo è il superamento dell’esistente in un fondamento a-storico, una sostanziale uscita dalla storia.

Ogni uomo è un Io, che sta nel mondo, insieme ad altri uomini. Heidegger respinge l’idea del ”Si” (Das Man), che ritiene tipica sia del liberalismo che del comunismo, quindi della modernità che egli rifiuta. Addirittura Heidegger arriva a porre nella capacità del Dasein di un Volkdi costituirsi come se stesso le radici della libertà. Preferisce l’uomo sia un essere-se-stesso (Selbstsein) e cheinsieme ad altri esseri come lui componga una Volkgemeinschaft (comunità razziale-popolare). A partire dalla relazione dell’Uomo con l’Essere, si può fissare un ordine nella comunità popolare.Recuperando il Dasein storico di un popolo, l’appartenenza al suolo (Bodenständigkeit), si potrà porre la domanda sull’essere o meno di un popolo o di uno Stato (cfr. p. 40). «La Verità si trova inestricabilmente radicata nella terra, nella Heimat [Patria], nella questione metafisica della Razza» (p. 58). La Filosofia potrà essere possibile solo se radicata in un popolo, un tempo il greco, nel presente il tedesco. «Per Heidegger la Volkgemeinschaft nazionalsocialista, la Comunità razziale-popolare, è un’autentica Heimatstätte, la polis nel suo senso più ontologicamente originario» (p. 288). La Heimatstaätte è patria più stehen, stare, un luogo geo-politico originario.

Su questo concetto di comunità razziale e popolare si innesta il nazismo teorico di Heidegger, perché egli vede nella tradizione tedesca un’omogeneità nazionale, che, ad esempio, non c’è nel popolo italiano. La lingua tedesca, grazie alla traduzione della Bibbia da parte di Lutero, ha dato ai tedeschi uno strumento di unità nazionale che altrove non c’era. Si pensi, a conferma di ciò, che tutti i grandi popoli d’Europa (inglese, francese, spagnolo e italiano) hanno avuto una marcata differenza linguistica al loro interno e soltanto la pressione di una comunità sulle altre ha imposto l’uso di una lingua nazionale, ad esempio la lingua dell’Ile de France sul resto dei popoli della Francia, l’inglese sul gallese, scozzese e gaelico, il castigliano sul catalano, basco, galiziano, il toscano su tutte le altre lingue della penisola. In Germania ciò non è avvenuto, ma l’omogeneità nazionale è nata dall’adesione di ciascun individuo ad una lingua comune, il che dà l’impressione di una naturale e originaria unità nazionale.

Il tedesco, quindi, è chiamato a svolgere una funzione specifica nella concezione politica di Heidegger. Heidegger ha contribuito in maniera determinante a creare il mito che il tedesco è la lingua che meglio di qualsiasi altra lingua può continuare la tradizione metafisica del greco. Anzi l’oblio dell’essere comincia quando il latino sostituisce il greco come lingua della filosofia. Solo il tedesco ridà alla filosofia la lingua appropriata per la domanda sull’essere. Naturalmente questo è un mito, ma González Varela avverte sul vero scopo della concezione di Heidegger: «Di fatto si stabilisce una prima “gerarchia”, con il greco antico sorpassando tutte le lingue» (p. 24) e poi il tedesco al secondo posto, superando tutte le lingue moderne. Una tale superiorità nasce dal Esserci del Popolo tedesco e «il Volk “eletto” possiede una Lingua “eletta”, il Destino manifesto di un Volk eccezionale si esprime necessariamente nella sua lingua» (p. 25). Il destino del popolo tedesco è quello di avere una metafisica, di fondare una comunità di popolo. Il ruolo che Heidegger si ritaglia in questo destino è quello di dare «una fondazione ontologica alla nascente Comunità tedesca, a la Volksgemeinschaft» (p. 41).

Heidegger puntava a diventare il Marx nazista, o meglio il Führer del Führer, la guida filosofica della guida politica della Germania. La realtà fu diversa. All’interno del nazismo crebbe l’ostilità nei confronti di un pensatore che rimaneva sempre un accademico, che disprezzava il mito della superiorità tecnologica della Germania, che utilizzava un linguaggio oscuro i cui contenuti rimanevano astratti e lontani dalla prassi politica spicciola e immediata dei nazisti. In effetti, come ha indicato Löwith, ha usato un linguaggio apodittico e patetico negli anni del nazismo, manifestando in tal modo la sua totale adesione al nazismo, mentre usava un linguaggio molto oscuro, criptico nei periodi pre-nazista e post-nazista per occultare il suo pensiero (cfr. p. 21). Adorno bollò questo linguaggio con la definizione di “gergo dell’inautenticità”.

Si sa che dopo il conferimento della carica di rettore dell’università di Friburgo, malgrado l’opera di nazificazione intensa della stessa università –opera di nazificazione che fu elevata a modello da altre università tedesche - i rapporti tra il regime nazista e Heidegger si andarono raffreddando, fino al punto che egli rinunciò alla chiamata alla cattedra di Berlino per restare tra le montagne della Foresta Nera, tra i contadini delle Alpi, elementi in netta contrapposizione alla modernità nazista. Infatti uno dei punti che marcò la distanza tra il nazismo realizzato da Hitler e quello ideale di Heidegger è il problema della tecnica. Heidegger rimaneva legato al mondo arcaico dei contadini, il nazismo voleva primeggiare nel mondo moderno della tecnica. Heidegger concepiva la Tecnica come primato delle forze produttive, quindi come una conseguenza dei mondi capitalista e comunista. Soltanto una situazione di sapienza e di accettazione del destino di dominio permetterebbe il superamento della tecnica.

González Varela però mette sull’avviso che il nazismo di Heidegger non sparì, si occultò nel linguaggio criptico, di cui si parlava sopra. Uno studio più attento e meticoloso delle sue opere, come quello condotto da González Varela, fa emergere questo nazismo occultato. Heidegger ha goduto della complicità compiacente dell’ambiente accademico: «Tanto lui [Heidegger stesso] come i suoi agiografi e gli heideggeriani in generale, così come il Mainstream accademico, hanno tentato di negare, otturare o minimizzare le tracce di questo compromesso politico che mette in questione il nucleo della sua analitica esistenziale e la dimensione etica della sua filosofia» (p. 15).