L’identità in fluidità. La poesia autobiografica di Gabriele de Simone
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- Pubblicato 26 Novembre 2019
- di Önay Sözer
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Il libro di Gabriele de Simone La mia vita in punta di piedi dà una profonda espressione poetica alla sua autobiografia (potenziale/attuale). Il poeta scrive:
vivo la vita in punta di piedi
ma vorrei lasciare le impronte del mio valore.1
Se vogliamo comprendere e interpretare questi versi come un riflesso o simbolo del libro stesso, che combina, nella sua struttura, le note autobiografiche con il poema corrispondente, possiamo dire che le punte dei piedi sono come le poesie stesse (perché lasciano impronte di un certo valore) e i brani di prose autobiografiche sono come lo scorrere della vita dell’autore.
Georg Misch aveva definito l’autobiografia con queste parole:
Non si può determinare meglio l’autobiografia se non spiegando ciò che intende esprimere il termine: la descrizione (graphia) della vita (bios) di un singolo attraverso questo stesso sé (auto).2
Questa definizione ha in seguito trovato riscontro nella discussione successiva, perché dà espressione alla fluidità della vita personale. Ma, se si legge con più attenzione, nella frase «la vita di un singolo attraverso questo stesso sé (auto)» si tratta comunque senza dubbio dell’identità della persona come soggetto.
Leggendo il libro di de Simone, ho sentito questa identificazione dell’autore con la sua vita espressa in maniera più forte e più dinamica nella sua poesia, piuttosto che nelle sue spiegazioni in prosa (forse anche necessarie), avendo l’impressione che si girassero le pagine di un album fotografico con didascalie (un’impressione rafforzata propriamente dal fatto che ogni poesia ha il valore di un’immagine).
Qual è più vicina alla verità, l’autobiografia o la poesia? Non possiamo trovare alcuna soluzione a questo problema. Malgrado l’esistenza di testimoni, di documenti pertinenti, un’autobiografia non può essere in grado di dire tutta la verità, perché neanche l’autore sa la verità, oppure non ha l’intenzione di cercarla o di dirla (immerso com’è nelle peripezie della vita). Inoltre, nel caso del poeta, «il poeta è un fingitore», come ricorda Pessoa, «che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente». Tuttavia, è certo che, sulla falsariga di ciò che è fittizio, possiamo vedere la verità più profondamente, allo stesso tempo più chiaramente di quanto ci mostrerebbe un semplice realismo.
Perché è così? Perché la letteratura in genere (il cui esempio più alto è la poesia) ci dà il tempo per una riflessione sul tempo dell’individuo nel tempo storico stesso.
Per l’autobiografia e la poesia il contenuto di questa riflessione non è solo il passato storico, ma contemporaneamente il futuro che viene, perché entrambi sono i prodotti di oggi, scritti per un “adesso” che crea un ponte inevitabilmente fra questi. La relazione dell’autobiografia al passato e più essenzialmente al futuro non ha bisogno più di alcuna spiegazione. Nel caso della poesia, non ci sono solo gli esempi della poesia epica, narrativa ecc., ma forse la poesia lirica è orientata molto fortemente al passato, a motivo di una profonda nostalgia (di luoghi e tempi passati), della malinconia particolare del poeta, per il ricordo di un amore perduto; ma la poesia lirica è orientata in cera misura anche al futuro, perché esprime la speranza di una riconciliazione.
Questi sono alcuni aspetti della poesia di de Simone che emergono nel suo libro Tutta una vita: “A mia madre”3, “Dimenticare” (come un rimedio contro «i ricordi, quelli tristi»4), “I ricordi” (che termina con i versi: «Uguale per tutti i ricordi. / Quello sfondo era il cuore»5).
Ma contemporaneamente si uniscono il passato e il futuro in due principali maniere o percorsi, col risultato che la sua poesia diviene un vero e proprio surrogato dell’autobiografia:
a) La fusione inevitabile, eccellente, del passato con il futuro, che viene da una certa «speranza dell’essere»6 si esprime per esempio in questi versi:
Quella forza dell’amore, che muove la vita,
a maggio stipula un contratto nuovo
ma sempre antico, che ci portiamo nel nostro cuore ove
ha messo le sue radici,
[…]
Creando in te speranze nuove, ma antiche7
Sebbene il passato non torni mai, da dove viene allora questa speranza, se non da una «ricorrenza»?
Viaggio con la mente a riveder passato
scorgo le cose belle del tempo che fu
quando una ricorrenza era ‘na festa vera8
Il primo amore non ha una data e una ricorrenza
avviene sempre se solo tu lo pensi9
Un altro esempio per questa fusione, che è indubbiamente anche uno “slancio” che unisce «l’assenza» e «l’essenza»10, è dato da questi versi:
e va avanti per la tua strada
con vigoria nuova ma tenace
ancora, ancora come una volta.11
b) Il tema del futuro che non è una ripetizione del passato senza origine, ma in quanto è ri-correnza, come ad esempio nel ri-“correre pericolo”, trova la sua storicità in de Simone nei discorsi ai “figli”:
Questa è rivolta ai figli miei
che capiranno un giorno lontano
quando sarò un ritratto ormai,
tutta la forza della speranza
che ho infuso per la loro strada.12
Secondo i molti riferimenti impliciti, i figli divengono un tema produttivo nella poesia di de Simone. Il testo della “Lettera ai miei figli” meriterebbe una separata lettura e interpretazione, che non possiamo fare qui. La sua quintessenza è che il futuro significa l’eticità, un’etica che è inseparabile dalla sincerità dell’autore. La sincerità vuol dire, in questo caso, vedere e comprendere la relazione vera del suo passato (non rivivibile, non riparabile) al suo futuro indicibile, per creare quel principio della vita che è saggezza quotidiana per se stesso e per gli altri.
La sincerità parla così dal profondo di questa saggezza: «Sono un uomo coraggioso, perché ho paura»13. Unificando l’idea del «sacrificio» con «un sorriso ironico», questa etica del futuro sembra avere il merito di essere un’etica stoica.
Fin qui non abbiamo menzionato un tema essenziale di de Simone e questo è l’altro che fa anche da base a questa lettera ai figli. Quel «raccontar di me a me stesso»14 è sempre per un altro, per un altro fra gli altri: «Non ho pensiero rivolto a me / rendo attenzione ad altri»15. Il tema dell’altro trascende i limiti di un’autobiografia semplice (che rimane dentro un’egologia) e appartiene per questo motivo alla vera poetica dell’esistenza, proponendo una sintesi del momento estetico con la saggezza pratica e profonda. Il «fingitore» del dolore (Pessoa) può essere anche chi partecipa al dolore di un altro. Qui non si tratta di una falsificazione, ma solo di un caso limite.
Note con rimando automatico al testo
1 G. de Simone, La mia vita in punta di piedi, stampa privata, p. 63.
2 Cit. da M. Holdenried, Autobiographie, Stuttgart, Reclam, 2000, p. 21.
3 G. de Simone, Tutta una vita, stampa privata, p. 27.
4 Ivi, p. 41.
5 Ivi, p. 81.
6 G. de Simone, La mia vita in punta di piedi, cit., p. 83.
7 Ivi, p. 17.
8 Ivi, p. 23.
9 Ivi, p. 32.
10 Ivi, pp. 20 e 55.
11 Ivi, p. 80.
12 Ivi, p. 9.
13 Ivi, p. 93.
14 Ivi, p. 66.
