Azioni Parallele

NUMERO 5 - 2018
Azioni Parallele
è una rivista on line a periodicità annuale, che continua in altre modalità la precedente ultradecennale esperienza di Kainós.
La direzione di Azioni Parallele è composta da
Gabriella Baptist,

Aldo Meccariello
e Andrea Bonavoglia.
La distribuzione è affidata a Ergonet (VT).

La sede della rivista è Roma.

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Piove, governo ladro!

 

VALORE E RILEVANZA DEL LUOGO COMUNE
NEL LINGUAGGIO POLITICO

 

Introduzione

Piove, governo ladro! Di cui il Panzini nel Dizionario moderno, 6a edizione (1931, pag. 300) spiega così l’origine. Nel 1861 i mazziniani avevano preparato a Torino una dimostrazione, ma il giorno fissato pioveva e la dimostrazione non si fece. Il Pasquino, noto giornale umoristico pubblicò allora una caricatura del suo direttore, Casimiro Teja, rappresentante tre mazziniani sotto un ombrello al riparo della pioggia dirotta e ci mise sotto la leggenda: Governo ladro, piove! Ma nel volume del Pasquino del 1861 non c’è questa vignetta, né essa si trova nella bella scelta di caricature del Teja raccolte e annotate dal Ferrero (Torino, 1900): inoltre, pure non escludendo che il Teja abbia fatto in qualche tempo una caricatura su questo soggetto, è certo che il caustico motto non fu inventato da lui. Esso era ben più antico e comunissimo, tanto che se ne può trovare la fonte nientemeno che in Sant’Agostino, o meglio in un proverbio dei suoi tempi secondo il quale il popolo dava la colpa ai cristiani, com’era allora di moda, della siccità e di altre disgrazie naturali. Nel De Civitate Dei, lib. II, in principi del cap. III, dice: “Memento autem, me ista commemorantem, adhuc contra imperitos agere, ex quorum imperitia illud, quoque ortum est vulgare proverbium: Pluvia defit, causa Cristiani sunt” [Ricorda che mentre richiamo questi fatti, parlo ancora contro gli ignoranti. Dalla loro ignoranza è nato appunto il luogo comune: Manca la pioggia, le colpe sono dei Cristiani].1

Queste le parole con le quali Giuseppe Fumagalli, primo presidente della Società bibliografica italiana, descriveva le origini di quel familiare motto di spirito, rappresentante lo stato d’animo di impotente frustrazione di chi, non potendo trovare un vero colpevole della situazione in cui viene a trovarsi, finisce con attribuirne la responsabilità a un terzo che ne trarrebbe indebito vantaggio.

L’espressione in realtà è ben più antica e trova diverse declinazioni a seconda delle latitudini in cui ci si trova.2 Ma, come vedremo in seguito, diventa estremamente significativo il fatto che Fumagalli riporti un evento accaduto proprio nel 1861.

La stagione dei moti risorgimentali si era appena conclusa e la tanto sospirata Unità raggiunta. Eppure, agli occhi di quei patrioti, l’Italia appariva un Paese profondamente diverso, non solo da quello che si era sognato, ma anche da come ci si ostinava a sognarlo.3 Le reali differenze culturali, economiche e sociali, derivate inevitabilmente da quella storia plurisecolare di divisione e talvolta di diffidenza, che aveva caratterizzato il Paese, si scontravano con quelle immagini di coesione nazionale che erano state esaltate dagli ideali patriottici e che a lungo avevano permeato quelle coscienze tanto entusiaste quanto talvolta ingenue.

La distanza, che separava le aspettative dal risultato ottenuto con tale e tanto sacrificio, sembrava incolmabile e diffuse ben presto un atteggiamento culturale di critica severa e radicale disillusione. Per molti persino un alibi per disinteressarsi delle sorti della neonata nazione, un vittimismo strumentale che finiva persino con l’alimentare il conveniente ritorno al proprio triste particolarismo.

Così, «fin dai primi anni dopo l’Unità, era andato crescendo un brontolio di dissenso, di insoddisfazione, di critica, sempre più sonoro, che non veniva solo da ambienti dell’opposizione anticostituzionale, ma che trovava interpreti sempre più numerosi e ascoltati tra gli stessi liberali».4

 

Estranei al potere

«La politica si fa di parole».5 Con quello che può sembrare una semplice arguzia, la politologa Lorella Cedroni, nel prologo del suo Il linguaggio politico della transizione: tra populismo e anticultura, intende riportare l’attenzione su quello che troppo spesso viene considerato un aspetto secondario della epistemologia politica. Il linguaggio politico, invece, non solo rende manifesta, ma costituisce la matrice della relazione di potere che lega quella pluralità di individui, che agiscono di comune accordo in vista di un fine sociale condiviso. L’esperienza comunicativa, infatti, assurge a pratica sociale costitutiva, ad alveo fecondo quanto imprescindibile dell’azione politica, che da essa viene legittimata, prima ancora che richiamata e interpretata.6 Solo analizzando il linguaggio politico si può comprendere quella negoziazione verbale che si trova alle fondamenta della comunità, quella interazione di natura contrattuale che, alternando cooperazione a competizione, alimenta il comune sentire e la conseguente azione politica.7

Se il linguaggio è la matrice di una relazione che voglia definirsi politica, il luogo comune diventa il fenomeno comunicativo capace di rivelare, in forma certo superficiale quanto ambigua, quel giudizio nel quale una comunità rischia di riconoscersi. Spesso ingenuo e acritico, destinato comunque ad una inevitabile smentita scientifica, ma non per questo meno cogente, il luogo comune vive di una riconoscibilità soggettiva che svela le convinzioni più intime, quelle tensioni inesprimibili che solo nella banalizzazione trovano possibilità di espressione. A prescindere dalla sua veridicità, il luogo comune appartiene a una comunità che ne comprende il significato, ne conosce i limiti e ne fa un uso simbolico, anche inconscio, persino aggregante.

«Piove, governo ladro!» rischia allora di diventare il refrain dello iato spirituale che divide i cittadini italiani dalle proprie istituzioni politiche, quel senso di estraneità, a tratti persino di repulsione, con quelle persone alle quali una elezione ha conferito il potere di governare. Del resto, sembra possibile affermare, senza eccessivi timori di una plausibile smentita, che pochi siano stati i sentimenti capaci di accomunare e accompagnare il popolo italiano, nella breve storia della sua nazione, con l’intensità e la costanza di quelle espresse dall’antiparlamentarismo e più in genere dell’antipolitica.8

Che si risolva in un severo atto di accusa per i singoli parlamentari, con i loro vizi e i loro privilegi, le loro inadeguatezze e le loro corruttele, ovvero arrivi a muovere una critica radicale alla democrazia rappresentativa basata sulla pluralità dei partiti, l’antiparlamentarismo può legittimamente ambire a paradossale leitmotiv della predisposizione d’animo che ha caratterizzato nel tempo il cittadino, nei confronti dei propri rappresentanti e delle istituzioni in generale. Anche in periodi, come quello del secondo dopoguerra, nei quali la mobilitazione politica e sindacale, poteva rendere l’impressione di un impegno rilevante dal punto di vista numerico e convinto da quello ideologico e culturale, la sfiducia e la disaffezione verso gli uomini che affollavano le aule rappresentative, in generale, era diffusa e palpabile.9

Questa predisposizione negativa sembra definire una pregiudiziale ben radicata nella cultura del nostro Paese,10 che si manifesta nel senso di profonda estraneità che investe il politico nel momento stesso in cui viene eletto, nell’attimo in cui il libero esercizio di un voto lo separa dalla folla anonima degli elettori e lo evidenzia agli onori e agli oneri della rappresentanza degli interessi nazionali.

Ben presto i candidati si trasfigurano, non più compagni di scuola né vicini di casa, docenti dei propri corsi universitari o imprenditori delle province di residenza, medici del vicino ospedale o avvocati del tribunale circondariale, eccellenze della società, della quale ambiscono a diventare autorevoli punti di riferimento, ma ormai politici di professione, consapevolmente votati e inconsciamente già detestati come incompetenti e arrivisti.11 Tutte le virtù di un popolo, che si descrive come generoso e magnanimo, vengono improvvisamente annichilite e cancellate da un passaggio sovrano, quella proclamazione che eleva i rappresentati scelti al seggio parlamentare. Nell’immaginario collettivo, l’egoismo e la superbia diventano il tratto caratterizzante degli eletti e la stragrande maggioranza dei cittadini, sin dal giorno dopo le elezioni, si affrettano a prendere le distanze da coloro ai quali hanno accordato, con enfasi e convinzione, la propria preferenza.

Sentimenti di estraneità e distacco che peraltro sembrano contraccambiati altrettanto intensamente dagli stessi rappresentanti, tanto dai più autorevoli, quanto dai più screditati.

Gli italiani sono sempre gli altri. In negativo. Anzi, con un forte accento spregiativo […]. Gli italiani erano gli altri per Cavour, che parlava francese e pensava come un liberale inglese; per re Vittorio Emanuele che preferiva essere il II del Piemonte piuttosto che il I dell’Italia; per Benito Mussolini che li voleva rifare da capo a fondo; per Palmiro Togliatti appena arrivato da Mosca perché veniva da più lontano, quasi da un’altra patria; per Alcide De Gasperi, che si considerava un trentino prestato all’Italia; per il sardo comunista Enrico Berlinguer, che li vedeva perennemente afflitti dalla questione morale.12

 

I moribondi di Palazzo Carignano

Fin da subito, della persistenza dello scarto tra quanto desiderato e quanto ottenuto, furono accusate le nuove istituzioni. Eventuali responsabilità di una borghesia, incapace di farsi portatrice di una prospettiva di largo respiro e di coniugare gli oneri dell’amministrazione della neonata nazione con le sfide dalla incombente società di massa, non furono minimamente prese in considerazione dagli osservatori dell’epoca. In assenza di un serio esame di coscienza nazionale e civile, fu chiamato allora sul banco degli imputati proprio quel Parlamento che si dimostrava non solo incapace di interpretare la volontà del popolo che avrebbe dovuto rappresentare, ma che rischiava anche di diventare una cassa di risonanza di quegli stessi vizi d’origine che avrebbe dovuto sanare.

Un vezzo paradossale si era diffuso in quelle élite liberali e borghesi, un sentimento diffuso di critica severa, quasi distruttiva, rivolta proprio nei confronti di quella istituzione, che, non solo maggiormente rappresentava gli ideali per i quali sino a pochi anni prima si erano duramente battute, ma che, soprattutto, da esse era interamente controllata, stante le leggi elettorali dell’epoca.13

Dai movimenti letterari e dalle avanguardie si cominciò una agitazione che ebbe subito presa nell’opinione borghese. Agitazione che invocava l’avvento di un’altra età eroica e che contrapponeva l’età eroica tradita, il risorgimento, alla piattezza, all’intrigo, al compromesso del presente. Questa tematica del risorgimento tradito verrà riesumata dopo la prima guerra mondiale e trasformata nell’idea del risorgimento come “rivoluzione incompiuta”. Essa fu un prodotto della Sinistra, in polemica con lo stato liberale. Ma di quella polemica contro la tradizione liberale si servì, per legittimarsi, il fascismo.14

Non passò, così, nemmeno un anno da quando Vittorio Emanuele II aveva inaugurato il 18 febbraio 1861 il parlamento del Regno d’Italia nell’aula appositamente costruita nel cortile di palazzo Carignano, che già il parlamentare Ferdinando Petruccelli della Gattina aveva dato alle stampe un reportage giornalistico dal titolo molto significativo, I moribondi del Palazzo Carignano.15 Nata da una serie di corrispondenze che l’autore scrisse per il quotidiano francese La Presse, l’opera «fu libro felice nel cogliere tutto un atteggiamento di scontento, non sempre omogeneo o motivato, comunque molto diffuso fra la intellighenzia della nazione appena unificata; e fu così che al primo parlamento italiano capitò di essere tenuto a battesimo da un libro ispirato da un’acrimonia e da una verve di compiaciuto ed arguto antiparlamentarismo».16

Quella che ci restituisce Petruccelli è una descrizione ironica, ma già disincantata della scena politica del primo parlamento italiano. Soprattutto imparziale e scevra di partigianerie che ne avessero potuto inquinare il giudizio, visti i tanti anni passati all’estero, per sfuggire alla giustizia del regno di Ferdinando II, che in passato il giornalista aveva incautamente apostrofato come “pulcinella sanguinario”.

Petruccelli scrive per manifestare l’orgoglio della giovane nazione che stenta a trovare il credito che merita presso gli altri paesi europei e per difendere il Parlamento e il suo prestigio istituzionale dalla presenza di quei personaggi prestati alla politica dal loro cinico arrivismo e dal loro misero obbiettivo. L’autore è fermamente convinto della portata storica dell’opera risorgimentale appena compiuta, riconosce nella nazione un alveo vivace e creativo di tensioni e provocazioni, che è tornato ad agire nella storia d’Europa e per essa, con le sue cronache sulla stampa internazionale, vuole rivendicare il posto che il sacrificio del suo popolo ha voluto darle.

L’orgogliosa quanto idealistica rivendicazione finisce ben presto con il doversi confrontare con il realismo dell’esperienza parlamentare. Petruccelli conosce i retroscena che si svolgono dietro le quinte e comprende i compromessi che alimentano la macchina della rappresentanza. E, tuttavia, egli non rinuncia mai a difendere il prestigio dell’istituzione. Il suo indice accusatore è infatti rivolto principalmente contro coloro che nel prossimo futuro elettorale «possono essere eliminati dalle novelle assemblee d’Italia, senza il minimo inconveniente, anzi, forse, con una incontestabile utilità».17 Con questa dichiarazione d’intenti, Petruccelli inaugura il nuovo filone letterario che avrà particolarmente successo nella seconda metà dell’Ottocento e che farà della contrapposizione, tra le aspettative ideali legate alla istituzione rappresentativa dell’unità nazionale con la rivelazione delle inerzie, delle inefficienze e della stessa indifferenza in essa introdotte dai deputati, il topos narrativo principale.18

 

Il disagio della nazionalità

Parrebbe invero semplice ridurre la questione al retaggio psicologico di una nazione, incapace di comprendere il valore della sua unità, perché storicamente abituata alla divisione e alla sottomissione da parte di potenze straniere. L’argomento, semmai, potrebbe essere portato persino a sostegno dell’eventuale sviluppo di un entusiastico moto d’orgoglio destinato ad accomunare i nuovi cittadini nel rispetto delle neonate istituzioni.19 Né, del resto, l’eccezione della qualità spesso non eccelsa dei rappresentanti, che nelle diverse legislature si sono invero seduti sui banchi delle aule parlamentari, può essere addotta come giustificazione di un sentimento che appare tanto ben radicato, da continuare ancor oggi ad emergere con preoccupante periodicità.

Nell’immaginario collettivo emerge ben presto una disaffezione profonda nei confronti dei rappresentanti politici che finiscono per suscitare amare delusioni e alimentare pericolose frustrazioni. E che difficilmente possono trovare spiegazione nel giudizio negativo che si voglia dare agli esiti politici del Risorgimento. Certo, con il senno del poi, la prospettiva federalista tanto cara a personaggi del calibro di Cattaneo, Rosmini, Ferrari e Gioberti, avrebbe potuto rispondere in modo più adeguato alle esigenze di autonomia avanzate da una coscienza storica che per secoli si era nutrita degli orgogliosi fasti delle singole realtà locali. Ma giustificare l’antiparlamentarismo solo con l’amarezza per la disillusione delle speranze agognate o delle illusioni vagheggiate20 appare riduttivo e non tiene conto della persistenza del sentimento che accompagna sostanzialmente l’intera storia del nostro Paese.

All’indomani della raggiunta unità, l’atteggiamento critico nei confronti dei politici neoeletti e della stessa istituzione parlamentare appare già diffuso e ben radicato, prima ancora che nel popolo, in gran parte di quella élite culturale che, proprio per quella, tanto si era spesa. E nonostante quell’epopea risorgimentale, che per quanto voglia essere ridimensionata da una moda culturale tutta italiota, aveva comunque espresso eroismi e sacrifici di immenso valore, la giovane nazione rischiava di rimanere ancora una «nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di provincie, ma bordello», e la sua Camera dei Deputati degna di essere trattata come «una supina e arrendevole femmina consumata».21

L’unità nazionale appariva a molti ancora un fragile artificio e la rappresentanza parlamentare un’assemblea del tutto carente di legittimità. Non tanto per la ristrettezza del suffragio elettorale, caratteristica questa comune a gran parte degli altri stati europei, e nemmeno per le resistenze monarchiche o le pressioni ecclesiastiche, che pure hanno avuto il loro peso, quanto per la incapacità della classe dirigente di acquisire e dimostrare una prospettiva veramente nazionale in assenza della quale l’elezione al Parlamento finiva per manifestarsi come l’occupazione di un’aula al servizio di un egoistico desiderio di carrierismo e di affarismo.

Forse allora, pur senza negare il valore delle considerazioni precedentemente esposte, bisogna guardare altrove per meglio comprendere il disagio di una nazione e lasciarsi soccorrere quindi dalle provocatorie considerazioni di un eccezionale romanziere russo, innamorato del nostro Paese.

L’unico grande diplomatico del secolo XIX è stato Cavour e anche lui non ha pensato a tutto. Sì, egli è geniale, ha raggiunto il suo scopo, ha fatto l’unità d’Italia. Ma guardate più addentro, e cosa vedete? Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!22

 

Le parole di Dostoevskij offrono certo un alibi accattivante alla retorica intellettualistica che rifiuta il confronto con la realtà del Paese, per inseguire la denuncia del tradimento di ideali irraggiungibili. Sentirsi portatori di un ideale universale consente quell’aulico rifugio dal quale guardare, con disprezzo, alle conseguenze e, con sufficienza, ai rimedi delle fratture che lo stentato processo di modernizzazione industriale del Paese inevitabilmente provocava. Soprattutto costringe la rappresentanza parlamentare a misurarsi non sul piano del realismo politico, ma sul giudizio espresso in base ad una concezione estetica della nazione.

In tal senso sembra opportuno richiamare allora anche la denuncia dello stato confusionale in cui versava la condizione spirituale della élite culturale risorgimentale, resa da uno dei pensatori più originali di geopolitica che il nostro Paese abbia mai potuto vantare, il generale pontificio Giacomo Durando. 

Comunque sia, noi siamo diseredati, come società politica; noi principali fondatori di tanti progressi sociali non abbiamo conseguito quello che vantano le più barbare genti, una personalità nazionale. Eppure siffatta questione tenne occupate le menti le meglio ordinate, e i cuori i più freddi; ma durano tuttora l’incertezza e la confusione. Fra le molteplici cause che se ne possono assegnare, una d’esse, a parer mio, è appunto quell’esagerato culto dell’antico a cui trascorrono incautamente pressocché tutti gli scrittori delle cose nostre. Noi abbiamo divisato di rigenerare l’Italia come si trattasse di ristorare una statua di Prasitele, un libro di Aristotile o di Cicerone, senza tener conto, che se il bello e il buono dell’arte, dell’immaginazione e del sentimento serbano lo stesso carattere quasi dappertutto, il buono e il bello sociale e politico vanno diversificati a seconda dè luoghi e dè tempi. L’arte si eresse tiranna fra noi. Invece di tenersi paga fiancheggiando il sacerdozio sociale, e secondarlo nella faticosa elaborazione della nostra comunione politica, essa volle impugnare le redini e farsi arbitra dè nostri destini. E fu allora che l’anarchia, la spensieratezza e l’insulsaggine della nostra letteratura si travasarono nei costumi e nelle opinioni. Quando io veggo coronati in Campidoglio Petrarca e Tasso, levati al cielo Ariosto e Metastasio, riconosco in questi fatti un omaggio, non indovuto certamente, all’arte e al genio estetico degli italiani, ma vi cerco invano un pensiero di nazionalità, di socialità e di patria. L’arte ci uccide.23

 

Conclusione

La delusione delle aspettative tuttavia non può da sola spiegare il fascino perverso dell’antiparlamentarismo, che sembra non finire di attrarre e compiacere i cittadini italiani.

Sebbene le pratiche corruttive e degenerative della vita politica non hanno certo smesso di inquinare il panorama istituzionale, una maggiore cognizione del funzionamento della cosa pubblica, insieme a una certa indulgenza dei limiti umani, avrebbe dovuto nel tempo instillarsi nelle generazioni di cittadini che si sono succedute.

Sono passati centocinquanta anni dalla nascita della nostra nazione, un periodo certo non lungo come quello di tanti vicini europei, ma sicuramente molto ricco e complesso, nel quale si è potuto anche assistere ai tragici effetti della sospensione delle garanzie parlamentari. Anni nei quali persino i più aggressivi, quanto sistematici detrattori della rappresentanza parlamentare, si videro costretti a prenderne le strenue difese.24 

Eppure, il dato saliente resta quello del dilagare, ormai da non pochi anni a questa parte, di rappresentazioni distruttive del mondo della politica. Sono dilagate analisi unilaterali, tendenziose, chiuse a ogni riconoscimento di correzioni e di scelte apprezzabili, per quanto parziali o non pienamente soddisfacenti. Di ciò si sono fatti partecipi infiniti canali di comunicazione, a cominciare da giornali tradizionalmente paludati, opinion makers lanciatisi senza scrupoli a cavalcare l’onda, per impetuosa e fangosa che si stesse facendo, e anche, per demagogia e opportunismo, soggetti politici pur provenienti dalle tradizioni del primo cinquantennio della vita repubblicana. Ma così la critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obbiettività, senso della misura, capacità di distinguere ed esprimere giudizi differenziati, è degenerata in anti-politica, cioè, […] in patologia eversiva.25

 

Un luogo comune, pur nella consapevolezza del suo valore meramente polemico e della sostanziale carenza di alcuna veridicità, nella ossessiva ripetizione della sua banale espressione finisce così per svelare la predisposizione d’animo, un intimo quanto radicato pregiudizio di un popolo che stenta ancora a diventare nazione e che sembra essere accomunato solo dalla corrosiva critica nei confronti della propria rappresentanza democratica.

Noncurante del fatto che, luogo comune per luogo comune, la democrazia rappresentativa rimane sempre la “meno peggio” tra le forme di governo…26



 

Note con rimando automatico al testo

1 Giuseppe Fumagalli, Chi l’ha detto? Tesoro di citazioni italiane e straniere, di origine letteraria e storica, ordinate e annotate da Giuseppe Fumagalli, Torino, Hoepli Editore, 1980, pp. 186-187.

2 L’espressione piove, governo ladro! viene anche ricollegata all’incremento di tutte quelle tassazioni agricole che hanno avuto come base imponibile sale, frumento e tutti quei prodotti il cui peso aumenta a causa dell’umidità presente nell’aria. La pioggia caduta durante la misurazione, o anche in precedenza durante il trasporto, finiva per aggravare il carico impositivo producendo di volta in volta un indebito guadagno per l’erario di turno. Lo stesso Fumagalli riporta poi l’inversione della lamentela diffusa sulle altre sponde del mar Mediterraneo «Se in Italia ci sfoghiamo con il governo quando piove troppo, è naturale che in altri paesi dove la pioggia è più rara se la prendano con lui quando non piove. Questo accade tra i nostri fratelli libici come narra A. M. Sforza, nell’interessante volume: Esplorazioni e prigionia in Libia (Milano, Treves, 1919), a pag. 127: “nelle nostre campagne in Italia, la pioggia viene spesso a turbare il regolare andamento dei lavori agricoli. In queste circostanze l’esagerazione dello spirito critico che esprime costante malcontento verso gli ordinamenti che reggono il nostro paese, viene sintetizzata dalle parole: Piove, governo ladro! Sul Gebel in Tripolittania, e non sul Gebel soltanto, la connessione tra l’andamento propizio delle stagioni agricole e l’azione governativa è considerata seriamente come fatto provato dalla esperienza. Anni di asciutture terribili avevano funestato tutto il paese al mio arrivo in Tripolitania e le cause venivano da ognuno attribuite al nuovo regime instaurato nell’impero ottomano dopo la deposizione del sultano Abdul Hamid, ed ai nuovi funzionari giovani turchi che erano venuti a governare il paese. Di questi funzionari che venivano considerati come ostacolo alla pioggia, si diceva che avessero es serual melak (i pantaloni salati)”». Ibidem.

3 Cfr. F. Sipala, Parlamentarismo e antiparlamentarismo nel pensiero repubblicano dopo l’Unità, Roma, Edizioni di Archivio Trimestrale, 1989.

4 A.M. Banti, Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli, 1996, p. 238.

5 «La politica si fa di parole. Non è solo una battuta, ma un dato di fatto. Gran parte dell’attività politica è fatta “solo” di parole; dico questo non per sminuire il senso e la portata dell’azione politica, ma per valorizzare un ambito di ricerca assai poco praticato dai politologi» L. Cedroni, Il linguaggio politico della transizione: tra populismo e anticultura,Roma, Armando editore, 2010.

6 H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 2000, p. 7.

7 Cfr. H.D. Lasswell, Il linguaggio della politica. Studi di semantica quantitativa, Torino, ERI, 1979.

8 In questa sede si assumerà la tendenza a ritenere sinonimi le due espressioni ed entrambe ugualmente vicine al significato negativo di parlamentarismo denunciato dal deputato e costituzionalista siciliano Angelo Majorana. «Quell’andazzo che io chiamo parlamentarismo: la parola parmi esprima nettamente la cosa non bella cui si riferisce. […] Infatti sembrami che nella nostra lingua la desinenza ismo, affissa alla radicale formata da un aggettivo o da un nome, sia attissima ad indicare l’esagerazione d’un sistema, e spesso la indichi. Così abbiamo socialismo, esagerazione del sistema sociale, […] e possiamo avere parlamentarismo, esagerazione del sistema parlamentare». A. Majorana, Del Parlamentarismo: mali, cause, rimedi, Roma, Loescher, 1885, pp. 10-11; si veda, inoltre, il commento di Perticone in merito alla sostituzione della parola politica con il termine parlamentarismo, che faMinghetti nel suo pamphlet I partiti politici e la loro ingerenza sulla Pubblica amministrazione, laddove si lamenta che la pubblica amministrazione è tutta invasa dalla politica. Una interpretazione arbitraria ed errata che non può rimanere senza conseguenze. «I mali e i difetti del costume politico, appunto del parlamentarismo, sono trasferiti senz’altro all’attività stessa di cui rappresentano [invece] la degenerazione; il che spiega il disinteresse, l’indifferenza, il dispregio, che invase intere classi sociali, per la politica». G. Perticone, Vicende di partiti nel parlamento e nel paese,in Id., Scritti di storia e politica del post risorgimento, Milano, Giuffrè, 1969, p. 53. Da rilevare che sulla stessa ambiguità lessicale gioca anche Sidney Sonninosecondo un uso del termine che andava ormai consolidandosi nel suo significato dispregiativo.Sul tema dell’antiparlamentarismo la letteratura appare davvero vasta. Per le esigenze del presente saggio, basti il riamando alla voce Parlamentarismo-antiparlamentarismo di Fabio Grassi Orsini, in Aa. Vv., Dizionario del liberalismo italiano, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2011.

9 Cfr. P. Segatti, Perché in Italia moltissimi ce l’hanno con la politica e i politici?, in Aa. Vv., Italiani contro gli uomini politici: il qualunquismo, a cura di S. Setta, Napoli, Ed. Scientifiche Italiane, 2005, p. 179 e ss.; sul tema si veda anche, A. Mastropaolo, Antipolitca. All’origine della crisi italiana, Napoli, L’Ancora, 2000; G. Pasquino, Una politica poco civica, in P. Corbetta e M. Caciagli, Le ragioni degli elettori, Bologna, il Mulino, 2003.

10 L’antiparlamentarismo italiano, a differenza di quello europeo, che si era lasciato sedurre da posizioni più reazionarie, a tratti persino feudaleggianti, si mostrava più “democratico”, rivolgendo il proprio atto di accusa in particolare contro l’autoreferenzialità della classe politica che finiva per negare lo spirito della rappresentanza. Cfr. T.E. Frosini, L’antiparlamentarismo e i suoi interpreti, in «Rassegna parlamentare», 50 (2008), n. 4, pp. 845-870.

11 «Perché dunque una brava persona, stimabile e stimata, oggi, pel solo fatto di appartenere al Parlamento, non si salva dall’antipatia istintiva del pubblico? È un privilegiato: questa l’impressione fondamentale». F. Ambrosoli, Salviamo il Parlamento! In risposta all’opuscolo di Scipio Sighele: Contro il parlamentarismo, Milano, Treves, 1895, rist. an. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 51.

12 F. Cossiga (con P. Chessa), Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d’Italia da Cavour a Berlusconi, Milano, Mondadori, 2007, p. 5.

13 Benedetto Croce ha voluto sottolineare questo momento culturale con il passaggio dalla “poesia” risorgimentale alla “prosa” postunitaria, dalla lirica dell’anelito ideale al resoconto della decadenza quotidiana. Cfr. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, Laterza, 1928, 1962, p. 2. Occorre tuttavia attribuire ad Alberto Asor Rosa la paternità di una trattazione sistematica di questo particolare atteggiamento intellettuale, che riassunse nella espressione latina deprecatio temporum. Cfr. A. Asor Rosa, La cultura, in Storia d’Italia, IV, 2: Dall’Unità a oggi, Torino, Einaudi, 1975, pp. 821-839.

14 G. Rebuffa, Lo Statuto Albertino, Bologna, il Mulino, 2003, p. 128.

15 F. Petruccelli della Gattina, I moribondi del Palazzo Carignano, Milano, Mursia, 2011. (Ed. or.: Milano, Perelli, 1862).

16 C.A. Madrignani, Introduzione, in Aa. Vv., Rosso e Nero a Montecitorio: il romanzo parlamentare della nuova Italia (1861-1901), Firenze, Vallecchi, 1980, p. 6.

17 F. Petruccelli della Gattina, I moribondi…,cit.,p. 31.

18 «Dalla rappresentazione umoristica dei 400 [parlamentari] di Palazzo Carignano nessuna delle tare che peseranno sulle future assemblee di Montecitorio era assente: la sostanziale uniformità dei diversi partiti, lo strapotere del Governo sul Parlamento, la sfrenata ambizione dei rappresentanti del popolo, gli stretti legami del governo con gli interessi privati, il trasformismo». A. Briganti, Il Parlamento nel romanzo italiano del secondo ottocento,Firenze, Le Monnier, 1972,p. 11. Sebbene lo scopo del presente saggio sia quello di rintracciare i frammenti letterari che alimentano uno stato d’animo, sembra comunque doveroso precisare che a fronte della carrellata di ritratti e della sequenza di aneddoti offerti da Petruccelli, spetti tuttavia a Il secolo che muore l’onore di inaugurare il genere del romanzo parlamentare. Scritta dal livornese Francesco Domenico Guerrazzi, uscito in parte su Epoca nel 1875, ma pubblicato postumo nel 1885, l’opera ha uno scarso rilievo artistico, e, tuttavia, deve essere considerata prodromica dell’intero genere, «nella misura in cui si riesce ad estrarre dalla mole massiccia del suo racconto gli elementi che serviranno alla costruzione di un diverso tipo di romanzo». Ivi, p. 21. In particolare ne Il secolo che muore è possibile rinvenire tanto la rappresentazione iconica del mestierante della politica, assolutamente non all’altezza del ruolo parlamentare che ricopre, ma scaltro frequentatore delle stanze del potere dove si assegnano i lavori pubblici e si scambiano favori, in vista solo della agognata rielezione, quanto l’introduzione di uno dei topoi letterari caratteristici della futura narrativa di ambientazione parlamentare, la spregiudicata collusione tra il mondo della politica e quello degli affari attraverso il racconto di una vicenda di affarismo e di sottogoverno e del relativo voto parlamentare.

19 Cfr. R. Bracalini, Brandelli d’Italia. 150 di conflitti Nord-Sud, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010.

20 Così M. Delle Piane, Il significato dell’antiparlamentarismo italiano del secolo scorso, in Id., Liberalismo e parlamentarismo: saggi storici, Bari, Macrì, 1946, pp. 103-141.

21 Le critiche demagogiche e moraliste nei confronti di quelle istituzioni rappresentative, che avrebbero dovuto finalmente sanare le ferite di dantesca memoria, ben lungi dall’offrire dei rimedi efficaci, finiscono invece per consegnare il Paese alla dittatura. Le citazioni, significativamente riunite dalla volgarità dell’insulto sessista, si riferiscono, la prima, alla celebre doglianza espressa da Dante nel sesto canto del Purgatorio (Canto VI, 77-78) La seconda, allo scambio di battute occorso tra Filippo Turati e Benito Mussolini, all’indomani del discorso di insediamento di quest’ultimo a Presidente del Consiglio, il 16 novembre 1922. Alle lamentele di Turati nei confronti di Mussolini, che «aveva parlato col frustino in mano, come nel circo un domatore di belve – oh! Belve d'altronde ben narcotizzate! – […, visto] lo spettacolo delle groppe offerte allo scudiscio e del ringraziamento di plausi ad ogni nerbata, […, e che] tratta la Camera da supina e arrendevole femmina consumata», rispondeva il neo Presidente del Consiglio in modo sprezzante: «come si merita!» Camera dei Deputati, Atti parlamentari. Legislatura XXVI, 1a sessione, Discussioni, Tornata del 17 novembre, p. 8421.

22 F. Dostoevskij, Diario di uno scrittore, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Firenze, Sansoni, 1981, 1877, Maggio-Giugno, capitolo secondo, pp. 925-926.

23 G. Durando, Della nazionalità italiana. Saggio politico militare, Losanna, S. Bonamici e Compagni ed., 1846, pp. 10 e 11.

24 «Io non avrei mai creduto di dovere essere il solo a fare l’elogio funebre del regime parlamentare […] io che ho adoperato sempre una critica aspra verso il Governo parlamentare, ora debbo quasi rimpiangerne la caduta». G. Mosca, Discorsi parlamentari, con un saggio di A. Panebianco, Bologna, il Mulino, 2003, p. 362. Sono le parole pronunciate il 19 dicembre 1925 in Senato da Gaetano Mosca – padre fondatore dell’élitismo, e autore di pagine molto critiche nei confronti del sistema parlamentare, soprattutto per quello fino ad allora realizzato in Italia – a proposito del dibattito sul disegno di legge volto a rafforzare il presidente del Consiglio, l’atto con il quale il regime fascista finiva per liquidare il sistema parlamentare.

25 G. Napolitano, Crisi di valori da superare e di speranze da coltivare per l’Italia e l’Europa di domani, Conferenza tenuta presso Accademia Nazionale dei Lincei, 10 dicembre 2014.

26 «Many forms of Government have been tried, and will be tried in this world of sin and woe. No one pretends that democracy is perfect or all-wise. Indeed it has been said that democracy is the worst form of Government except for all those other forms that have been tried from time to time». La frase è attribuita a Winston Churchill che la pronunciò in un suo discorso presso la House of Commons, l’11 novembre del 1947. Anche se lo statista britannico, forse per mero esercizio retorico, cita il riferimento ad altro autore del quale sembra non ricordare il nome. In tal senso, oggi come allora, potrebbe soccorrere il richiamo al terzo libro delle storie di Erodoto, laddove si svolge il famoso logos tripolitikòs. Il dibattito sulle tre canoniche forme di governo, nel quale tre nobili persiani Otane, Megabizio e Dario si confrontano circa il nuovo assetto da dare alla Persia, pronunciando tre perorazioni rispettivamente a sostegno della democrazia, dell’oligarchia e della monarchia. Ovvero, solo per indicare un riferimento sicuramente più familiare a Winston Churchill, sulla democrazia rappresentativa come forma ideale di governo si potrebbe rileggere le Considerations on Representative Governement, scritte dal filosofo John S. Mill nel 1861.